Giovedì 18 novembre 2004. Sono alla Casa di Carlo Goldoni a Venezia, per un convegno dal titolo I due fratelli nemici. Fantasie di avvicinamento alle celebrazioni di Carlo Gozzi e Carlo Goldoni. Mi aspetto, lo confesso, un clima un po’ ingessato, con tanto di studiosi internazionali, magari più avvezzi a frequentare biblioteche polverose che palcoscenici con pubblici più o meno interessati. Eppure, appena lì, trovo un clima strano, una strana euforia nei volti delle persone che saluto cordialmente, dei professori coi quali scambio una parola o un sorriso. C’è qualcosa di nuovo, lo vedo, lo sento. E qualcuno dei relatori, infatti, presto si lascia sfuggire una parola: ci sono grosse novità, non mancate, domani.
Venerdì 19 novembre 2004. E va bene, stiamo a vedere, ci sono tornato, al convegno, e voglio scoprire se davvero ci sono queste novità. Si parla del nuovo libro curato da Fabio Soldini, Le lettere di Carlo Gozzi edite da Marsilio: una novità editoriale, d’accordo, ma è poco per creare tutta questa attesa, no, finisse qui sarebbe una delusione. Dopo una breve presentazione, la parola passa al curatore del volume, Fabio Soldini, uno dei massimi esperti in materia e professore nelle scuole di Lugano. Nel suo intervento parla dello stile epistolare di Carlo Gozzi, specifica, puntualizza, approfondisce. Interessante, certo, ma ancora nulla. Il suo intervento finisce così. Ma ecco che qualcuno lo guarda ammiccante, gli sorride, e lo invita a raccontare, finalmente tutto. Eccoci.
Racconta, racconta quello che gli è successo quel giorno, e mentre racconta ti immagini tutto. Sei lì, in un convegno a Pordenone e parli ovviamente di Gozzi, come ne hai parlato decine di volte, lo fai ancora. Tutto inizia e tutto finisce, ti lascia con un po’ di soddisfazione e un po’ di amaro, come sempre. Poi ti avvicina una donna, ti dice che è l’ultima erede della famiglia Gozzi. Fai grandi sorrisi cordiali, lei ti invita a pranzo nella villa di famiglia, tu non ne hai voglia, ma stenti un sì di cortesia, lei insiste, fissa un giorno e quello deve essere: sei incastrato. Eccoti, allora, lì a pranzo. La conversazione è piacevole, certo, tutti gli aneddoti di famiglia, ma tu, in fondo, non sei un compagnone, sei schivo, sei un topo di biblioteca, anche di fronte a tutta la gentilezza del mondo. Ci provi, allora, la butti lì, provi a chiedere se nella villa c’è una biblioteca. Ma il discorso è troppo lontano, la richiesta scivola via. Il tempo passa, ma tu hai quell’idea fissa: la biblioteca. Allora ci riprovi, oramai sono passate delle ore. Questa volta ti ascoltano, ti rispondono, con indifferenza, quasi fosse un dettaglio per loro. Chiedi di vederla. Ecco, ti ascoltano finalmente.
La biblioteca è una sala enorme, ovale. Ti immagini un grande scrittore come un grande corpo, e tu, adesso, sei proprio nel ventre della balena, puoi vedere di cosa si è cibata e, con un po’ di attenzione, capisci come è cresciuta, come si è formata. Libri, libri dappertutto, del Settecento, del Seicento, del Cinquecento. Guardi, scruti, osservi, con voracità. Ti balena un pensiero, improvviso: se ci fossero dei manoscritti inediti, magari sconosciuti? No, lo sai bene, te l’hanno detto troppi critici illustri: i manoscritti sono andati perduti nella Prima Guerra Mondiale, se proprio fosse rimasto qualcosa, ti hanno detto, l’avrebbero preso i tedeschi che sono stati lì durante il nazismo. Non ci può essere nulla. Eppure, guardi bene: chissà mai, un foglietto in mezzo a un libro, una scartoffia, scritta però di pugno da Carlo Gozzi o almeno da suo fratello Gasparo.
Poi, l’occhio ti cade su una cassa, laggiù in fondo, in un angolo dimenticato. La intravedi, poi guardi meglio. Sembra la cassa del tesoro vista in tanti film, ti sorprendi a pensare con un sorriso amaro: che tesoro potrebbe mai esserci? Però, ti piacevano da bambino le storie di pirati, e così ti piace giocare fino in fondo. Chiedi di poterla aprire. Ti dicono di sì, un po’ stupiti per quell’interesse per roba vecchia e polverosa. Togli il legaccio. Apri. Carte. Carte. Cartacce? No, fogli. Ben scritti, ordinati. La grafia? In alcuni di Gasparo Gozzi, in altre di Carlo. Carlo? Non era andato tutto disperso nella Grande Guerra? Non ci credi. Saranno conti della spesa, cose inutili. Li osservi. No: sono scritti letterari. Allora guardi, sfogli, apri altre casse, ti muovi. Alla fine fai i conti. Lì, hai trovato migliaia di poesie, autografi delle novelle, lettere, traduzioni, redazioni intermedie delle Memorie inutili, commedie inedite e sconosciute. Un patrimonio incommensurabile. Sepolto fino ad oggi, sconosciuto. Anzi dato per disperso. Un patrimonio che potrebbe fare di Carlo Gozzi un autore molto più importante di oggi. Almeno un’altra cosa.
Ora, la priorità è portare quelle carte così importanti, in una sede adeguata, e soprattutto riportarle a Venezia. Oggi le ha la Biblioteca Marciana, che le ha acquistate grazie al contributo del ministero per i Beni e le Attività Culturali, Commissione Acquisti in antiquariato. Ma ci vorrà del tempo per catalogare il materiale, per maneggiarlo con cura, per studiarlo, per portarlo alla luce, e renderlo pubblico. Per questo è già stata formata un’équipe di studiosi. Ma ci vorranno anche altri soldi difficili da trovare. Il lavoro, comunque, è avviato. Venerdì 19 novembre 2004. Ne è valsa la pena di ritornare. Oggi, Venezia è un po’ più grande, custodisce un altro tesoro.