Si chiama Paropàmiso, nome di una cima dell’Indu-Kush, altopiano del Pamir. Il negozio a una luce in Frezzeria 1701, la strada degli armieri che facevano frecce, a quattro passi da piazza San Marco, ripropone sull’insegna il titolo del libro di Fosco Maraini, viaggiatore orientalista. Esita collane di ogni foggia, gioielli e pietre, raffinati prodotti scolpiti in legno o avorio dell’artigianato più nobile d’Oriente. In questa vetrina di colorate preziosità s’imbattono migliaia di turisti di passaggio, infilatisi nella calle per sopire lo stordimento delle magie di Venezia o della luce estiva della grande piazza.
Ma le rarità che richiamano da Paropàmiso collezionisti di ogni Paese, Michel Paciello, 56 anni, il proprietario italo-francese, collezionista fra i più esperti al mondo, le tiene avvolte in panni allineati nella piccola cassaforte murata in fondo alla bottega. Per vederle c’è chi, informato da una e-mail, arriva da Tokio, dalla California o da New York, da Londra o da Dubai.
Il vetro è materia umile, ma quando ha la patina dei secoli, i colori pastello levigati dall’uso di colli principeschi, toni antichi e irripetibili frutto di impasti segreti e di ineffabili soffi di maestri vetrai, esalati in magiche bolle, il vetro diventa più prezioso dell’oro. Michel, ci tiene a dirlo, vende perle veneziane antiche. Ogni collana è una testimonianza di unicità creativa e di femminile vanità, impreziosita dalla penombra del tempo. Molte sono degne delle vetrine di place Vendome, a Parigi.
Dopo un declino che vide scomparire da Murano, l’isola della lavorazione del vetro, le Conterie (da "contar", contare inanellando su un filo piccole sfere o grani di figure geometriche diverse), laboratori di grande tradizione artigianale vetraria, si assiste a nuova vitalità delle botteghe. Da almeno quindici anni le perline piaciono ancora, hanno decretato Pucci, Schoen, Ferré che le rifanno con piglio e fantasia moderni. Dei rutilanti gioielli di variegata fattura che per almeno otto secoli furono orgoglio della Serenissima, protetti dalle leggi del Consiglio dei dieci che voleva rimanessero nella Repubblica i segreti della fattura, parlano oggi i periodici femminili che fanno tendenza. Infilate a mano dalle "impiraresse" (da "impirar", infilare), le donne che facevano collane di ogni dimensione, le perline rientrano nella gioielleria di qualità dalle vecchie porte di servizio delle botteghe vetrarie. Michel lo sa e asseconda questo mercato con prodotti che hanno anche dignità artistica.
Le conobbe negli anni ’60 durante i suoi primi viaggi da globetrotter in Oriente. Nato nel 1947 a Tolone, in Francia, da padre italiano, Michel Paciello nel 1966 si trasferisce a Parigi per frequentare la facoltà di economia. Attorno c’è già l’atmosfera on the road di Kerouac, girano sui trottoir di Saint Germain i primi figli dei fiori, i giovani in vacanza si spostano lungo itinerari che da Istanbul si diramano verso Iran e Afghanistan, in cerca di voli onirici e libertà, o verso il nordafrica per ritornare in Europa da Gibilterra. Parte anche lui in autostop, tocca Bulgaria, Turchia, Siria, Giordania, Egitto. Trova un passaggio su un camion di auto usate destinate a Teheran: l’autista in cambio di un compenso gli carica sul passaporto un’auto in eccedenza. Un’altra volta sbarcò ad Alessandria da un mercantile sul quale era salito ad Aqaba con altri cinque giramondo ingaggiati perché pulissero il ponte.
Nel 1970 finisce gli studi e al confine di Trieste sale sul furgone di Jean Louis Amicau, allora 28 anni, un esperto di bric-à-brac, che gli insegna a distinguere il vecchio dall’antico, quel che vale molto e quel che vale poco. Da Istanbul a Teheran e poi a Kabul, capitale aperta all’occidente soltanto dal 1956, primitiva ma affascinante. Kabul ha attorno un paese semiselvaggio, una popolazione di caprai-guerrieri che nel 1897 annientò due corpi di spedizione inglesi. Michel e Jean Louis fanno parte della seconda generazione di mercanti: il paese era già stato visitato dagli antiquari ricchi degli anni ’50 che vi avevano razziato oggetti millenari di valore, spade, statue, bardamenti guerreschi risalenti anche a 2000 anni fa. Da una piccola rete di venditori comprano oggetti rari ma a buon mercato. Nella polverosa “Chicken Street”, strada del mercato di polli, fanno incetta di piccoli mobili apprezzati in Europa dall’antiquariato minore. I mercanti di polli si erano trasformati in antiquari e sulle bancarelle c’erano anche gli oggetti appartenuti ai militari delle due sfortunate spedizioni di sua maestà britannica. Abbondavano anche i gioielli d’argento e di agata turchese, tanta e a buon mercato. L’agata veniva usata dai musulmani per incidervi sure del Corano da portare al collo e i due giovanotti ne trovano anche di false, con marchio boemo del 1800. I magiari vendevano vetri colorati a Kabul già due secoli fa.
Michel cerca dunque collane, le chiede ai mercanti che incontra in nordafrica, ha imparato a riconoscerle, farne il prezzo, e soprattutto a compararle con quelle veneziane. Gli danno una mano tre esperti che trattavano allora questo articolo all’apparenza minore: Gianni “Volpe” Di Carlo, Giovanni Sarpellon, Arnaldo Moretti e un certo De Gasperi, novarese. Le perle di vetro ignorate in Europa in quegli anni erano già ricercatissime in Usa dove gli americani le considerano testimonianze artistiche della loro breve storia nazionale. “Le perline girano per il mondo con gli umori e le migrazioni”, racconta Michel. Ascolta oggi i mercanti che arrivano da tutto il mondo e scopre collane dalla singolare provenienza. Nel 1980 ne mise in vetrina di bellissime, molto vecchie, comperate da un africano, e i veneziani dissero che erano troppo belle per essere vere. Ne ha trovate in Iran, nelle città di Mashad e di Qom, dove arrivarono dalla Siria nel 1700, e ancora ad Akkra, nel Ghana, a Elmina e nel Togo. Ritornano in laguna da un singolare itinerario che le portava dal 1700 in poi da Murano a Bruxelles, città di smistamento, e da qui ai luoghi dei grandi commerci, compreso il nuovo mondo. Venivano cedute in cambio di pellicce agli indiani d’America e in cambio di avorio, oro e schiavi in Africa. In Alaska si trova ancora qualche esemplare di russian bleu, barattato dai cacciatori coi pellirosse nel 1800. Le perline si univano a rhum, stoffa e fucili, merci del vecchio mondo, e producevano utili quantificati, in un rapporto del 1630, anche del 1000 per cento.
Le collane scoperte oggi valgono milioni, anche perché si stanno esaurendo le fonti del recupero, insidiate da un grande mercato artefatto. Michel riconosce quelle autentiche dalla fattura, dall’impasto e dall’usura. Le distingue con occhio sicuro tra i mille falsi, le sa datare e sa farne il prezzo, quello che i collezionisti che passano dalla Serenissima pagano mettendo serenamente mano al portafoglio.