Passeggiando in città in un mese di dicembre silenzioso e solitario ed osservando quei luoghi ben noti che non smettono mai di farsi ammirare per la loro bellezza, percepiamo improvvisamente qualcosa di nuovo nell’aria immobile: un senso di sicurezza, come se fossimo dentro le stanze della nostra casa, accogliente e famigliare. E’ la struttura protettiva della città, la sua originalissima connotazione urbana che ci attrae, mai spazi troppo ampi, mai viste a perdita d’occhio, tutto risulta osservabile, controllabile.
La facciata di Palazzo Nani, il campanile di S.Barnaba e il susseguirsi di edifici equilibrati, di sottoportici, calli e ponti; l’acqua dei canali e la luce dei campi e campielli permettono quel respiro necessario affinché la percezione della città non risulti mai opprimente, coercitiva.
Proseguendo tra tanta delicata quiete, raggiungiamo un elegante palazzo che si affaccia sul Canal Grande e nasconde un delizioso giardino alle sue spalle: Ca’Rezzonico. La cavana recentemente restaurata, dove venivano ormeggiate le gondole dei proprietari, i “paroni”, permette una vista di antiche memorie sulla porta d’acqua, accesso ad un canale unico al mondo. Il salone da ballo, l’imponente scalinata e le belle stanze che si susseguono al primo e al secondo piano costituirebbero di per sé un percorso museale affascinante: le sovraporte in marmo del “portego” e le due statue di Alessandro Vittoria sempre al piano nobile, nonché i due splendidi lampadari di Murano, ci suggeriscono l’attenzione per il bello che rendeva Venezia polo di interesse internazionale già due secoli fa; l’arricchimento dei dipinti, degli affreschi e dell’arredo rendono il “Museo del 700 veneziano” un luogo di fascinazione indimenticabile. Giunti al terzo piano, quando ormai pensiamo terminata la nostra visita, ricchi e grati delle due vedute di Canaletto, degli affreschi del Tiepolo e di Giambattista Crosato e delle miniature di Rosalba Carriera, restiamo incantati, stupiti: immediatamente dopo aver attraversato una stanza con tipico pavimento di marmo alla veneziana, ecco che si apre davanti a noi una calle lastricata in mattone a spina di pesce, una calle con tanto di bottega, di vetrine e di insegna.
La prima vetrina permette di affacciarsi nella parte più antica della farmacia: un corredo di vasi in maiolica seicentesca di produzione locale è ben disposto in diverse file di scaffali, gli albarelli di varie dimensioni, in maiolica a fondo bianco con motivi floreali blu, alloggiano su un mobilio settecentesco molto ben conservato. Un corredo tanto ricco conferma quanto Venezia sia stata un importante luogo di produzione di medicamenti, di spezie e di droghe, destinate sia al consumo locale che al commercio con altri paesi, anche se comunque riservate a quei privilegiati che potevano permettersi le cure dello “speziale”.
Passando per il laboratorio notiamo ampolle ed alambicchi, distillatori e fiasche, un’intera collezione di vetreria di Murano da lavoro usata dal farmacista per le sue ricette più svariate, come la “gomma edera”o la “mirabola citrini”, “l’acqua di viole” o “l’estratto di cardo” fino ad arrivare alla segretissima e miracolosa “triaca”. Venezia fu particolarmente famosa per l’abilità dei suoi speziali nel preparare questo composto di una cinquantina di sostanze tra erbe, estratti e carne di vipera, catturata seguendo un complesso rito e molto efficace contro qualsiasi tipo di avvelenamento; moltissime erano le ricette, più o meno segrete, usate per preparare unguenti o sciroppi che venivano venduti a prezzi molto elevati anche se spesso le sostanze prime erano in realtà assai povere, basti citare il prodotto galenico fatto di polvere di scarpe vecchie, ottimo presidio contro le scottature. Nell’ultima vetrina ci troviamo di fronte ad un meraviglioso corredo ligneo, riportato ora allo splendore originario, che ospita un importante gruppo di maioliche policrome della manifattura veneziana dei fratelli Geminiano e Francesco Cozzi. Ciò testimonia come nei primi anni del Settecento, lo speziale, allora proprietario di questa farmacia detta “Ai do San marchi”e situata originariamente nella zona di S.Agostin, nel sestriere di S.Croce, abbia fatto richiesta di un grande numero di vasi, orcioli, albarelli e pillolari per abbellire la sua bottega. A realizzare la vaseria venne chiamato il più famoso ceramista veneziano dell’epoca che la trasportò, con grande precauzione, chiusa in ceste, con una delle tante barche a remi da lavoro che attraversavano la laguna, partendo ‘da quel di Cannaregio’, probabilmente dalla zona di S.Alvise, dove si pensa avesse sede la fabbrica, in una zona cioè scarsamente abitata e abbastanza isolata per scongiurare il pericolo che il fuoco dei forni poteva rappresentare per una fragile città sull’acqua.
Non fu l’unico o l’ultimo viaggio di quei vasi, infatti l’intera farmacia fu acquisita dai Musei Civici Veneziani e ricollocata negli spazi di Cà Rezzonico. Con l’acquisto del palazzo nel 1931 da un privato, il barone Lionello Hirshell de Minerbi, e con le successive importanti acquisizioni fu assicurato così un patrimonio alla città a testimonianza della vivacità culturale di Venezia. .