Sono più venti che quindici anni che la mia vita di lavoro si intreccia con lo sviluppo di Venezia, a partire dalla mia convinta partecipazione alla avventura dell’Expo del 2000, e poi con un lavoro di riflessione costante e puntuale, sulla dinamica della città, in particolare alla sua integrazione con tutto il Nord Est, da qualche anno, con la convulsa evoluzione di tutto il quadrante dell’Europa Sud-orientale.
Il mio fuoco d’attenzione è stato quindi orientato sulla dinamica di Venezia verso l’esterno analizzando via via le diverse componenti di tale dinamica, da quelle commerciali a quelle logistiche a quelle finanziarie. Di conseguenza mi sono disinteressato dei problemi interni alla città, che pure erano e sono complessi ed urgenti, dalla salvaguardia fisica all’impoverimento demografico. Proprio chi, come me, ama profondamente Venezia è più lucidamente portato a capirme le intime incrinature; ed a esprimere un certo sospetto verso chi proclama che la città può farcela da sola e dall’interno, senza cercare sfide e sinergie con le dinamiche ad essa esterne.
Trenta anni fa non avevo lo stesso pessimismo: ricordo quanta fiducia ebbi nella possibilità di una “scossa” provocata dai programmi di risanamento abitativo ed urbanistico promossi dal cosiddetto Comitatone; e quanta fiducia nel tempo ho esperesso verso il lavoro di progettazione delle grandi opere di salvaguardia della città e della laguna. Una progettazione che è andata per le lunghe (non per colpa dei progettisti ma delle autorità centrali e locali che la dovevano tramutare in impegni operativi) ma che ha permesso di mantenere la barca dritta fino all’autorizzazione, l’anno passato, della realizzazione del sistema MOSE. Onore, me lo si pemetta, a chi ha avuto la tenacia e la pazienza necessarie. A chi ha avuto peraltro anche la convinzione che Venezia potesse cambiare anche per dinamica interna e non a rimorchio dello sviluppo del Veneto e del Nord Est.
Chi conosce anche superficialmente il MOSE sa che in esso giocano due fattori di radicale e non incrementale evoluzione della città. Da un lato il fattore occupazionale, visto che la sua ricaduta diretta in termini di lavoro è di 1000 addetti all’anno per otto anni, una cifra che in una realtà così ristretta demograficamente può avere quindi effetti moltiplicativi. E dall’altro lato andrà sfruttato il fattore di innovazione tecnologico; infatti la speciale “unicità” dell’opera (che, contrariamente ad altre analoghe in Olanda, in Inghilterra, in Russia, ha dovuto combinare difesa dalle acque, salvaguardia dell’ambiente lagunare e sostenibilità dello sviluppo urbano) ha spinto a soluzioni tecnologiche molto sofisticate che di fatto promuovono processi di innovazione a livello locale e possono costitituire un patrimonio importante per tutta l’economia veneziana e veneta.
Rinasce quindi, almeno in me, la speranza che Venezia esprima vitalità anche dall’interno. In effetti la realizzazione del sistema MOSE può rappresentare un solido anello a cui agganciare una politica di sviluppo e innovazione tecnologica rispettosa delle specificità dell’ecosistema lagunare, delle condizioni della città storica e delle sue esigenze di conservazione attraverso l’innovazione.