Un’eccedenza nel prezzo del petrolio. Uno stato solido e salubre come il Texas sprofonda in una delle recessioni più cupe della storia degli States. È la metà degli anni ’80 del secolo scorso. In un viaggio “a ritroso” nel suo paese di nascita Robert Rauschenberg reagisce al forte impatto con la crisi. E reagisce nel modo che gli è più congegniale. È una discarica di rottami di Fort Myers il primo vivaio di ispirazione, ci v con il suo assistente e preleva con febbrile entusiasmo ogni genere di scarti metallici. Gluts (eccedenza-saturazione) è la serie onomatopeica, metallica e ariosa che sgorga da una volontà di trasmutare la desolazione in monito: offrire alla gente le loro macerie. Rauschenberg manifesta così le sue intenzioni, quasi un manifesto di poetica postuma:”è il momento dell’eccesso. L’avidità è rampante. Tento solo di mostrarlo, cercando di svegliare la gente. Voglio semplicemente rappresentare le persone con le loro rovine. Penso ai Gluts come a souvenir pieni di nostalgia. Ciò che devono realmente fare è offrire alle persone l’esperienza di guardare alle cose in relazione alle loro molteplici possibilità”.
A un anno dalla sua morte, la collezione Guggenheim di Venezia omaggia l’artista texano presentando circa quaranta lavori di questa serie incandescente che è anche la sua ultima (Robert Rauschenberg: Gluts-30 maggio-20 settembre a cura di Susan Davidson). Metalli accartocciati e tortili, antropomorfi e segnaletici, permeati di colori tenui rafforzano in leggerezza la poetica dello scarto che ha caratterizzato il lungo viaggio di Rauschenberg. Imperativo: riciclare; e trasformare l’energia del materiale scartato in rinnovata carica vitale. Dedito al riciclo “Bob” lo è stato dagli inizi dichiarando la sua passione empatica per il manufatto dismesso:”gli oggetti abbandonati mi fanno simpatia e così cerco di salvarne il più possibile”. E lo testimoniano i manufatti che puntellano le pareti bianche del percorso espositivo. In nudità di allestimento, risalta la grazia ariosa di pezzi manipolati con tenerezza. Segnali di varia natura, insegne al neon, frecce, istruzioni, numeri,stop, advertisements per il petrolio, la benzina, persiane abbassate, sedie, scale a pioli, ruote di bicicletta, rete di letto, drappi in metallo lacerato: i suoi temi ricorrenti. Alcuni gigenteggiano, altri hanno la proporzione di un intimo pensiero. Estreme operazioni di salvataggio. Emancipazioni dall’utilizzo, dal consumo, dall’abitudine, dall’automatismo. Spesso Rauschenberg ha ammesso di vedere tutto contemporaneamente. La simultaneità di visione sfocia naturaliter nel gesto di assemblare, e permette di far passare inedite correnti tra le cose. Animarle a nuova vita. La fusione infonde elettricità ad oggetti altrimenti destinati ad irreversibile stasi:”Vorrei solo festeggiare la mia impazienza e la mia curiosità, che mi portano verso tutti quei materiali che magari non sono stati ancora usati insieme, il guardare alle cose con una curiosità innocente..”.
Non è questa la prima volta che Venezia accoglie “il maestro della stagione successiva all’espressionismo astratto”. Nel 1964 la trentaduesima biennale lo investe del Premio Pittura e il Padiglione Americano è interamente suo. Ritorna nel 1975 esponendo a Ca’ Pesaro. Sono del 1996 le installazioni all’isola di San Lazzaro degli Armeni. A tredici anni di distanza la quarta mostra in laguna ha sostanza di omaggio postumo. I Gluts sono la sua ultima serie, e si sente nella nonchalance che li abita. Fuoriesce da quetsi gorghi asimmetrici un quid di humor poetico che li rende anomali. Sintesi di linguaggi e tic del contemporaneo contengono sommesse citazioni liberty, nel coagulo floreale di certi inserti, nel longilineo di un infisso di finestra nudo accanto al blu di un frammento metallico orlato di ruggine. Consunzione veloce-lenta della modernità. Desiderio di dire l’effimero eternizzandolo. Assemblaggi che hanno la leggerezza di un’idea venuta all’improvviso e non trattenuta per portarla a compimento. D’altra parte è per sua stessa ammissione che “non esistono scorciatoie per l’immediatezza”, come a dire che in fondo quel che ci è dato da vivere ed esperire è tutto qui.