Nel volume i tre autori tracciano sinergicamente, ma autonomamente, un bilancio del loro impegno/lavoro decennale nel tentativo di “ripensare e adeguare la forma fisica di Venezia attraverso il nuovo piano regolatore e un sistema di interventi puntuali”, inquadrando la rassegna delle pratiche urbanistiche svolte sull’intero comune –città antica e città di terraferma- per delineare la risposta all’interrogativo implicito nel titolo del libro: “Quale Venezia?” Benevolo, D’Agostino e Toniolo hanno partecipato in tempi e modi diversi allo studio e alla progettazione del nuovo disegno urbano di Venezia.
1. Leonardo Benevolo, storico dell’architettura, architetto e urbanista, ha progettato l’assetto della Venezia contemporanea, lamentando, nella parte conclusiva del suo testo, il problema chiave: “quasi tutti gli interventi che eccedono le concessioni singole sono paralizzati o rallentati nel momento politico attuale, e fra questi le trasformazioni innovative previste dal Piano regolatore nelle aree marginali o esterne. Esse comprendono gran parte dei nuovi servizi di uso pubblico necessari per migliorare le condizioni di vita degli abitanti e a controbilanciare la monocoltura turistica”.
2. Roberto D’Agostino, architetto, allievo di Benevolo allo Iuav e suo collaboratore in esperienze urbanistiche svolte a livello nazionale e internazionale, ha svolto il ruolo politico di assessore all’Urbanistica dal 1993 al 2001 affiancando le prime giunte di Massimo Cacciari, e di assessore alla Pianificazione strategica nella giunta del sindaco Paolo Costa (2001-2005). Nel suo contributo, più che fare un bilancio politico-amministrativo, cerca di ricostruire il climax della fase iniziale (e fondativa) del lavoro svolto su/per Venezia per motivare la “via veneziana” al superamento della tradizionale stesura dello strumento di piano generale –non casualmente, dato che nel programma del 1993 il sindaco Cacciari non aveva inserito un nuovo Prg, ma “vari interventi, diversi progetti, percorsi possibili”. Infatti, mentre Benevolo ed i tecnici comunali delineavano il quadro generale entro il quale collocare le “trasformazioni urbane”, l’attuazione degli strumenti era anticipata da un vasto programma di opere puntuali, passando dall’ urbanistica contrattata alle “trasformazioni urbane strategiche” con una previsione di investimento per 10.707 milioni di euro (di cui un quarto a carico del comune). Del resto, in assenza di un nuovo Prg, le “possibilità reali offerte dai progetti” che “consentono di disegnare, pezzo a pezzo, il futuro” sembrano offrire una soluzione per il superamento delle pratiche urbanistiche “ingessate” a Venezia per un cinquantennio. Dal tentativo di Wladimiro Dorigo di abbozzare (1958-60) un Prg innovativo, poi stravolto in fase di approvazione ministeriale (1960-62), con tempi “biblici” nel passaggio alla pianificazione particolareggiata (1962-1975), alla mancata approvazione del Piano comprensoriale (anni Ottanta) fino al 1993-95 con le Varianti per il Centro Storico e la terraferma. D’Agostino, in sintesi, basa la sua azione amministrativa su una Venezia non più soggetto passivo, abbandona la visione volta alla conservazione del passato per far rientrare la città storica per antonomasia in rapporto con la modernità e la contemporaneità.
3. Mariolina Toniolo, architetto, ha lavorato dal 1994 al 2004 come urbanista al Comune di Venezia nel terzo rilevante contributo conia gli efficaci slogan che definiscono il progetto, l’attuazione e i risultati di questa azione “politica” . La definizione “Dieci anni memorabili” inquadra il periodo nel quale il cambiamento di Venezia si è fatto più veloce, in quanto è stato guidato da “una volontà chiaramente riconoscibile” in un quadro nel quale “si è progettato e realizzato molto”. “Questo disegno si è espresso in un nuovo Prg che ha riguardato tutta la città, per la prima volta dopo quello del 1959 anzi, si è esteso ad aree che di fatto erano state sottratte (dalla legislazione statale e speciale, ndr) alla giurisdizione dell’amministrazione locale come Porto Marghera e la laguna” .“Pianificare realizzando” ha significato procedere su tutta la gamma delle progettazioni urbanistiche ed edilizie con le parti, i singoli progetti, messi a punto dagli stessi tecnici che partecipavano al processo di redazione del piano con Leonardo Benevolo. Per definire la pianificazione per la Città antica –non più “centro storico”, secondo la definizione di Benevolo- Toniolo usa lo slogan: “Un coraggioso compromesso”. Un compromesso tra la dettagliata tutela del “centro storico” (operata a partire dal 1975 dalla prima amministrazione di centro-sinistra, assessore Salzano, con la stesura normativa di Scano, fino alla minuziosa classificazione degli edifici in famiglie tipologiche della Vprg adottata nel 1992) e l’incombere della scadenza dei tre anni di salvaguardia (1995), con l’iter delle osservazioni non ancora completato. “Da queste decisioni è potuto partire quanto oggi sta avvenendo in città. I piani particolareggiati approvati in seguito hanno consentito la realizzazione, prima impossibile, di quei progetti che stanno cambiando il volto della città: il recupero dell’Arsenale ad usi civili, la rinascita della Giudecca, la trasformazione della parte occidentale da Santa Marta a San Giobbe, dove comincia a prendere forma il nuovo centro della città bipolare proposto dal Prg”.
Se la città doveva diventare bipolare occorreva sconfiggere le minacce di separazione amministrativa e “Ricomporre la Terraferma”, con un progetto complessivo per “la grande Venezia di acqua e di terra”, prevista negli anni settanta-ottanta dal pro-sindaco per Mestre Gaetano Zorzetto, con vari progetti di riqualificazione del tessuto urbano, la pedonalizzazione del centro storico mestrino e la creazione di due “grandiosi” spazi verdi: il parco San Giuliano e il Bosco di Mestre. Per la residenza viene revocata la Vprg che prevedeva un incremento edilizio corrispondente a 26.000 abitanti teorici, sostituendola con una nuova “Variante Residenza” per 16.000 abitanti teorici, con l’intesa che, per il nuovo piano, l’edificabilità residenziale dovesse essere “convogliata su aree preventivamente acquistate dal Comune attraverso l’Immobiliare veneziana”, mentre “l’edificabilità privata doveva essere ricavata in gran parte da zone di riqualificazione urbanistica”. L’adozione della Vprg Terraferma è stata rinviata dal 1997 al gennaio 1999, la fase delle controdeduzioni è durata fino al 2001-2002, l’approvazione regionale è intervenuta nel 2004 con modifiche d’ufficio discusse nel 2006…Ma nel 2005 entra in vigore la nuova Legge urbanistica regionale che impone di procedere alla redazione di un nuovo piano generale, così la Terraferma, quando sembrava concludersi il processo pianificatorio, deve riaprire il percorso (con il ridisegno di un Pat) affidato alla responsabilità di un nuovo assessore all’urbanistica. Come sostiene Toniolo, però, le trasformazioni “avvengono”, perché l’attuazione del Prg viene anticipata anche in Terraferma dalla realizzazione di un programma di opere puntuali, elencate nella Carta delle Trasformazioni urbane. Il comune attua gli interventi collaborando con i privati e usando la pianificazione urbanistica per indirizzare gli investimenti “senza timore della cattiva fama che negli anni ’90 accompagnava l’urbanistica contrattata. Così sono variate, nel decennio preso in esame dal volume, le pratiche di gestione territoriale, non più rigide intelaiature entro le quali ordire una tela urbana, secondo un disegno progettato ex ante, ma forme di pianificazione urbanistica modulate secondo le esigenze delle opere e degli interventi puntuali per la città moderna. Opere come tasselli di un mosaico urbano, dove le scelte pubbliche sono esogenamente promosse.
Quale Venezia, allora? Anche Toniolo si pone l’interrogativo su quanto l’insieme di queste trasformazioni corrisponda al disegno proposto dal piano, concludendo “un buon piano regolatore è un’opera collettiva largamente partecipata che non può essere imposta ai cittadini da una maggioranza risicata e contingente, per quanto illuminata, né restare legata alla figura di singoli amministratori. Deve essere modificato quando la verifica dei fatti lo imponga e se non trova attuazione bisogna domandarsi perché”. E questo perché è la verifica da condurre, a Venezia come in ogni altra città, ogni volta che la pianificazione si realizza con esiti opposti a quelli desiderati (ad esempio la diffusione capillare -iniziata dal 1995- delle destinazioni ricettive nel tessuto della città antica e nelle isole della laguna, a scapito della residenza e dei residenti, ulteriormente espulsi dalle funzioni “più ricche”) o non si realizza affatto (soprattutto nelle destinazioni a servizi) e non perché la cittadinanza non ha capito. Se il piano, nonostante una intensificazione dell’edificazione residenziale pubblica e convenzionata (“1000 nuovi alloggi per Venezia”), nella città antica non solo non è stato in grado di frenare l’esodo, ma ha agevolato, con le modifiche normative, il proliferare dei Bed & Breakfast e degli appartamenti “turistici” ed ha fatto di Mestre (e della terraferma) una città sospesa, né terziaria come Padova, né produttiva come Treviso, né polo autonomo dalla Venezia matrigna, occorre domandarsi se, dove e quanto la pianificazione ha sbagliato, con effetti indesiderati diretti sul mercato immobiliare e sulle trasformazioni del patrimonio edilizio, e indiretti sul sistema delle relazioni infrastrutturali e sull’ambiente.