Incontri, lavoro, letture, relazioni di amicizia vera, duratura. L’intera vita di Luigi Nono imposta alla ricerca, in territori aperti, non solo strettamente riguardanti l’ambito musicale. Una vita che pulsa sotto il segno dell’incontro. Comporre in lui è ricercare, saper ascoltare, dare, risvegliare letture, indagare sulla struttura della parola. Vivificare il coro, il cuore. Alcuni estratti dai frammenti di scrittura che accompagnano la genesi del “Prometeo”: “(…) e l’inquietudine, l’ansia per il non conosciuto, s’accompagna alla necessità di continua analisi critica innovativa del linguaggio (i grandi viennesi, non solo nella musica) per varcare e poter vagabondare oltre le porte aperte della tecnologia di oggi”. Visione profetica della tecnologia come medium per spostare il limite della percezione, per aprire: “varie sono le possibilità per ottenere il suono mobile: nella voce, negli strumenti”. Attento al colore, a un particolare uso della partitura, Nono usa molto anche la scrittura, e sperimentalmente, in modo innovativo. Lo testimonia la raccolta di scritti eterogenei in uscita nella collana “cultura” delle edizioni Il Saggiatore; “La nostalgia del futuro-scritti scelti 1948-1986” a cura di Angela Ida De Benedictis e Veniero Rizzardi. Osservazioni, frammenti di idee, commentari, provocazioni, riflessioni su opere altrui, o sue, come quella, rivelatrice di un’accesa discussione con Stockhausen sul “Canto sospeso”. Alla voce “ritratti e omaggi” affiora la profondità di contatto di cui Nono era capace. Ritratti affettivi, trasformanti, veri. L’incontro “decisivo” con Francesco Malipiero che gli presenta Bruno Maderna: “e fu un periodo felicissimo di studio di scoperte di discussioni, in cui Bruno ci coinvolgeva tutti con il suo entusiasmo maieutico (…)”. La figura di Josef Svoboda maestro del teatro musicale, il canto di Victor Jara “una delle voci cilene più cariche di veemenza”. Lo scritto dadaista “per Helmut”: “quanto più avventurose temerarie rotte negli oceani aperti, tra abissi fantastici spazi stellari da s-velare o ri-velare”. Per Enrico Berlinguer “e i suoi pensari, spesso sanamente sconvolgenti, che continuano in molti”. Alla voce che riguarda gli “infiniti possibili” compare uno scritto programmatico del suo fare musica “l’errore come necessità”: “(…) è ciò che spinge verso altri spazi, altri cieli, altri sentimenti umani”. È anche un elogio del silenzio, dell’ascolto “per risvegliare l’orecchio, gli occhi, il pensiero umano, l’intelligenza”. Dichiarazione d’amore per lo spazio, alleato, in Luigi Nono, alla sorgente sonora “verso altre possibilità di ascolto”. E a una domanda che gli viene posta nell’86 “dove vorrebbe vivere?” risponde “forse più in me stesso, cioè al crocevia di molte diverse culture: più scoperte, più sorprese come per esempio in una Venezia da riscoprire nuovamente”.
Venezia spazio che risuona, la città dei “multiversi possibili”, avventura acustica “strazio dell’ascolto”. Una qualsiasi sera, alle sette, nello specchio d’acqua nel bacino, di fronte all’isola di San Giorgio, tutto risuona nel tocco delle campane, all’unisono. Perché comunque la “musica è pensiero” e in Nono si fa apertura “a tutte le possibilità, con tutto il potenziale che abbiamo in noi stessi, non solo negli orecchi, ma nella vita della nostra mente e dei nostri “infiniti pensari”.