venerdì 16 aprile 2004
Venezia città Speciale
Giuseppe De Rita

L’idea di Venezia

La ‘rifondazione’ in termini romantici dell’idea di Venezia come città «incomparabile se non con se stessa», luogo incantato di un’esperienza immateriale irripetibile, è già tutta in Goethe. Comincia così il capitolo su Venezia del suo Viaggio in Italia: «Era dunque scritto nel libro del destino, alla pagina mia, che l’anno 1786, la sera del 28 settembre, alle cinque secondo il nostro orologio, avrei visto per la prima volta Venezia entrando dal Brenta nelle Lagune; e che poco dopo avrei toccato questo suolo e visitata questa meravigliosa città di isole, questa repubblica di castori. Così Venezia non è più per me, grazie agli dei, un nome vano, come quelli che così spesso han tormentato proprio me, nemico mortale delle parole vuote!».

La percezione di Venezia come luogo interiore, che nella sua diversità riesce a non dissolversi nei riti comuni del Grand Tour, ma diventa prototipo proprio nella singolare capacità di riverberare l’aura del suo ambiente e della sua storia nell’identità stessa di chi vi soggiorna, è la chiave della sua elezione a meta eccellente (cenacolo, snodo), della nuova cultura letteraria, filosofica e artistica che va prendendo forma in Europa. Dopo Goethe, Venezia incanterà Byron, e Ruskin che proprio di Venezia farà la pietra miliare del revival gotico attraverso cui l’Inghilterra del secolo scorso ha forzato la svolta del moderno. Presto sarà la volta di Nietzsche, di Wagner, che a Venezia viene a morire, di Mann che porta, forse, qualche responsabilità dell’avversione di tanti veneziani d’oggi al ponte translagunare, avendo scritto nel 1912, nella Morte a Venezia, che «arrivare a Venezia dalla terraferma era come entrare in un palazzo dalla porta di servizio, e che solo per nave, dall’alto mare, come aveva fatto lui questa volta, bisognava giungere nella più inverosimile città del mondo». L’americano James cerca di ricucire alcuni fili di queste convergenze nel Carteggio Aspern, alla memoria della stagione veneziana di Byron. Marinetti ne fa il bersaglio paradigmatico della polemica contro la storia, di cui il Manifesto del Futurismo propone di fare tabula rasa. Se in architettura il liberty ha mano libera soltanto al Lido, la letteratura colma ampiamente questa lacuna vedendo diventare veneziano D’Annunzio, che della pianista veneziana Luisa Baccara fa la compagna della maturità. Questa centralità di Venezia nell’immaginario culturale riesce a inoltrarsi per buon tratto nel Novecento, continuamente rinnovandosi, ma sempre facendo leva sullo scambio tra veneziani e altri di tutto il mondo: Diego Valeri e Venini, Hemingway e Le Corbusier, Maderna e Nono, Turcato e Vedova, fino al fenomeno Guggenheim, con il cenacolo di Ca’ Venier dei Leoni. E fino al cinema, naturalmente: Senso e di nuovo Morte a Venezia di Visconti, Eva di Losey, da un racconto di Chandler, Chi lavora è perduto e va in capo al mondo e La chiave di Brass, San Micbele aveva un gallo… dei Taviani, per menzionare soltanto alcuni dei film, tra i tanti girati a Venezia, che della città hanno fatto assai più che una scenografia sontuosa, andandone a interpretare, e al tempo stesso a rialimentare e modificare, i più nascosti significati.

La normalizzazione urbanistica

Diversamente da come pensa la maggior parte dei non addetti ai lavori, convinti che Venezia sia eccezionale anche per la sua omogeneità edilizia e urbanistica di età premoderna, lo sforzo di rinnovamento messo in atto dopo la perdita dell’indipendenza si è espresso intensamente anche negli interventi di modernizzazione fisica della città. Alla dura crisi economica, per qualche verso simile a quella presente, che la stringe intorno alla metà dell’Ottocento (nel 1866 il sindaco saluterà l’annessione all’Italia dichiarando Venezia «convitata al banchetto della libertà con la veste logora e strappata»), reagisce mirando a consolidarsi come terzo grande scalo europeo, con Trieste e Marsiglia. E’ in vista di questo traguardo che vanno in opera i grandi lavori destinati a cambiare sostanzialmente l’assetto della città: il ponte e il terminale ferroviari, la stazione marittima, i poli industriali alla Giudecca e a Santa Marta, dopo lunghe e aspre controversie i1 porto industriale di Marghera e, nel 1932-33, il ponte automobilistico. Rientra in questo medesimo processo anche lo sviluppo di Mestre come periferia moderna della città, libera di crescere praticamente senza vincoli, assecondando le stesse spinte centripete che hanno determinato le espansioni novecentesche di tutte le principali città. A diversa scala e con conseguenze di altro genere, ma in una logica simile, ha corso nello stesso periodo una serie di ristrutturazioni interne alla città. Per la prima volta da quando esiste, Venezia diventa interamente percorribile a piedi. Si costruiscono per questo molti ponti nuovi, di cui due sul Canal Grande, e si interrano numerosi canali realizzando tra l’altro la Strada Nuova e via XXII Marzo, si sostituisce massicciamente l’edilizia residenziale ordinaria. Tutti questi interventi sono stati ripetutamente stigmatizzati dai più autorevoli storici dell’architettura come miopi tentativi di omologazione dell’innaturalità propria dell’insediamento lagunare, banali estensioni a Venezia delle allora ordinarie tecniche di sventramento. Ma siamo davvero certi che non sia possibile vederli, oggi, anche nella chiave di un adeguamento della città probabilmente maldestro, eppure efficace e tuttora assai utile, al mutamento dei tempi?

Le nuove fuzioni del Novecento

Volpi, Cini, Gaggia: se nella crisi di Porto Marghera la scommessa industriale di Venezia appare oggi perduta, peraltro nel contesto di un declino del settore secondario comune a tutto il mondo occidentale non sembra che nel confronto critico sui casi della città si tenga nella meritata considerazione il fatto che per molti decenni, e fino all’ultimo dopoguerra, questa ha avuto quantomeno il ruolo di un robusto motore di iniziativa, di impresa, di invenzione, oltreché di considerevole fonte di lavoro, e quindi di motivazione alla permanenza insediativa dei veneziani. Non è stata però l’unica scommessa sull’innovazione. Nella tendenza alla diversificazione tipica della storia della città, le stesse forze imprenditoriali e le stesse combinazioni di capitali pubblici e privati protagoniste dell’opzione industriale hanno provato a rilanciare Venezia, nel Novecento, anche dotandola di un sofisticato impianto terziario, polarizzato sulla sfera degli scambi immateriale, che costituisce tuttora almeno potenzialmente, un’eccellente opportunità d scala internazionale. Le difficoltà che oggi affliggono il sistema Biennale/Mostra del cinema non devono fa dimenticare che questo è stato a suo tempo un impianto d’avanguardia, senza uguali, pienamente autoreferenziale nel fare leva sulla forza gravitazionale del nome di Venezia nel mondo per ottenere un doppio effetto di traino: nel rilancio dell’immagine della città e nella promozione dell’allora nuovo circuito dei grandi alberghi, con la Ciga e le atmosfere del Lido della Belle Epoque. Se l’iniziativa di portare a Venezia la grande industria chimica può essere oggi giudicata come una forzatura e un errore, non soltanto per gli impatti ambientali, ma specialmente per l’estraneità di quello specifico genere di produzione derivante dalle tradizioni e dalle vocazioni della città, va riconosciuto al contrario che la Biennale ha gettato radici su uno dei fattori costitutivi dell’identità urbana moderna, assumendo l’idea di Venezia radicata nella cultura e nell’arte internazionali. L’efficacia dell’invenzione trova riscontro nella durata del suo successo. La Biennale è stata una delle ultime luci a restare accese a Venezia, segnando buoni punti anche di recente. A sua volta, la Mostra del cinema è cominciata scommettendo sull’arte nuova del secolo, attingendo largamente alla risorsa offerta dal ruolo di Venezia nell’immaginario dell’incanto e dell’illusione. C’è stato un momento in cui la Venezia del cinema, da vetrina, sembrava dover diventare anche fabbrica dei sogni: nel 1943, quando il trasferimento sulla laguna di Cinecittà non solo fu annunciato (da Salò) ma anche avviato, con l’insediamento a Venezia degli studi Scalera, dove Luigi Chiarini, che della Mostra fu il primo direttore, girò la sua Locandiera. Come questa capacità di Venezia di fare immagine, marchio globale di qualità, giocando la carta della circolazione culturale, sia rimasta ancora attiva per tutti gli anni cinquanta lo dimostra, tra l’altro, la facilità con cui alcune invenzioni commerciali, per il solo fatto di essere veneziane, hanno rapidamente conquistato le ribalte del mondo. Ma oggi anche quel ciclo è finito. Fatta salva l’Università, la Fondazione Cini e pochi altri esili fuochi, Venezia esiste e funziona soltanto come meta di turismo standardizzato, assistita da un reticolo di operatori di non alto livello, privi sia di speciale professionalità sia di personalizzazione.

La reinvenzione di una autoreferenza reale

Ciò che infine si osa suggerire è una modificazione dello sguardo sulla storia recente di Venezia. Nell’ipotesi che, non i tentativi fatti per modernizzarla siano causa del suo declino, bensì le vicende di ben altra scala che hanno spostato gli assi di centralità del vecchio mondo mediterraneo, lo sforzo di modificazione degli ultimi due secoli potrebbe apparire, anziché nei contorni di una congiura suicida, sotto la luce di un atteggiamento positivo e di contrasto alla catastrofe. La Biennale, la Mostra del cinema, gli alberghi di San Marco e del Lido, e in tutt’altro modo il doppio ponte translagunare, il mulino Stucky e l’industrializzazione di Marghera, sono stati non soltanto strumenti di produzione di profitti vitali, ma anche, e più, i nuovi simboli, le stelle della città contemporanea. Hanno rappresentato i momenti operosi di costruzione di un’alternativa economica, sociale e di immagine che tuttora alimenta ciò che di Venezia nonostante tutto sopravvive alla monocultura del «mordi e fuggi» delle comitive, e a quella dell’assistenzialismo che di necessità ne deriva, e che sta consegnando la Venezia insulare a un ruolo non diverso da quello di una ordinaria cittadina di 70 mila abitanti, dove il patrimonio storico e ambientale diventa una variabile addizionale e non più costitutiva dell’identità urbana. Per cambiare, e continuare a vivere, il problema da risolvere allora non può ridursi al miglioramento dello stato di fatto, perseguito magari cercando di riqualificare il turismo con piccoli provvedimenti sovrastrutturali. Il problema è invece ripensare la storia recente degli sforzi compiuti per riattrezzare la città: sia di quelli volti a un’impossibile omologazione, come l’industria pesante, sia quelli più aderenti alla specifica autoreferenzialità di Venezia, come la Biennale dei flussi, per convincersi che non è impossibile intervenire a Venezia, e ottenere effetti benefici dagli interventi. Non di vietare si tratta, non di temere che si faccia, ma di distinguere, scegliere, guardando senza partiti presi agli effetti prevedibili delle diverse azioni possibili. . La svolta sembra richiedere anche una riconversione dell’autoreferenzialità immaginata in quella vera. Ma su che cosa quella vera, radicandosi alla risorsa-chiave dell’eccezionalità del passato, può far leva per il presente? Forse sul fare del passato non una merce da vendere, ma una risorsa da investire: un motore di innovazione. Forse sul rilanciare ciò che quel passato ha reso grande: l’essere Venezia città di flussi, di scambio internazionale e cosmopolita. Ciò che serve è in conclusione fare sistema tra l’innovazione più che mai necessaria e l’autoreferenzialità vera, assunta nel ruolo di risorsa piuttosto che di vincolo. Dunque sapersi reinventare restando, anzi tornando a essere città snodo di scambi, di flussi: nelle nuove chiavi specifiche del mondo contemporaneo, che esige e premia la scala internazionale, la comunicazione, la produzione immateriale. All’obiezione che praticamente tutte le città occidentali stanno puntando oggi su traguardi terziari di questo genere, cioè che la concorrenza è forte, Venezia può rispondere presentando titoli che sono esclusivamente suoi, della sua storia e della sua non estinta capacità di immagine: Venezia città d’acqua per eccellenza; ponte d’Europa verso l’Est e l’Oriente, con secoli di tradizione proprio nel fare scambio; Venezia un’azienda unica al mondo, che solo la sua autoreferenzialità, forse, potrebbe mettere in vita.