Corretta, impegnata, ben allestita, godibile, ma non molto coinvolgente dal punto di vista emotivo. Questa in sintesi il giudizio sulla 52° Esposizione Internazionale d’Arte, in corso ai giardini di Castello e all’Arsenale di Venezia fino al 21 novembre. A cura di Robert Storr, il primo americano a ricoprire il prestigioso incarico, ha un bel titolo “Pensa con i sensi: Senti con la mente. L’arte al presente ” Il titolo corrisponde all’intenzione di Storr di prescindere dalle categorie troppo consolidate e convenzionali, quelle che sostengono, ad esempio, che l’arte concettuale è solo razionale ( ma i quadri esposti di Sol LeWitt, nel frattempo scomparso, smentiscono quest’ affermazione) o che l’arte gestuale sia solo d’impulso (non lo è Emilio Vedova, tra i protagonisti della Biennale, così rigoroso nelle forme pur nel suo impeto dissacratorio). Questo superamento delle categorie va ascritto a merito di Storr, il quale non crede neppure a una linea di demarcazione troppo netta tra le vecchie e le giovani generazioni e porta l’esempio di Luca Buvoli che, nella sua installazione all’Arsenale, cita ed interpreta il fenomeno storico del futurismo. Fatta questa premessa è però vero che esiste un numero eccessivo di artisti over 70, a cominciare dalla decana Louise Bourgeois (classe 1911) proseguendo con l’argentino Leon Ferrari (1920), gli statunitensi Ellsworth Kelly (1923), Nancy Spero (1926) e Sol LeWitt (1928) e poi la generazione degli anni trenta, da Robert Ryman e Raoul De Keyser ( entrambi del 1930) a Gerhard Ricther (1932); dai coniugi Kabakov (1933) all’italiano Giovanni Anselmo (1934) fino a Daniel Buren (1938). Tutti nomi consolidati e più volte già rappresentati nella rassegna veneziana, come pure quelli degli scomparsi Felix Gonzales- Torres (selezionato anche dal padiglione statunitense) o Martin Kippenberger ai quali, peraltro, nel padiglione Italia, è dedicata una stanza a cui si accede superando una cortina dorata, un vero memoriale che induce emozione . La morte è, peraltro, un tema dominante in questa Biennale: può riferirsi a un lutto privato, come nell’intensa rievocazione dell’agonia della madre di Sophie Calle o la morte di entrambi i genitori, raffigurata negli scheletri ricamati su seta da Angelo Filomeno. Più spesso il tema della morte si riferisce alle grandi distruzioni provocate dai conflitti in corso o appena trascorsi, come nelle fotografie di Gabriele Basilico (riferite alla Beirut del 1991); in quelle di Melik Ohanian che testimoniano il sanguinoso golpe cileno del 1973 o ancora in quelle del quartiere serbo di Belgrado distrutto dalle bombe Nato, rievocato da Paolo Canevari. “La civilizzazione occidentale” è messa anche sotto accusa dall’argentino Leon Ferrari che incolla un Crocefisso su un bombardiere made in Usa. Ineludibile è anche, specie per il continente africano, il tema dell’Aids, pur visto nella prospettiva della lotta. “L’Africa canta contro l’Aids” è la documentazione fotografica (in bianco e nero) di un concorso per voci indigene tenutesi a questo scopo nel 2005 a Bamako, la capitale del Mali, il paese natale del Leone d’Oro alla carriera Malick Sidibè . E’ la prima volta di un africano ed è la prima volta che viene premiato un fotografo. Del resto la fotografia è ampiamente rappresentata in questa Biennale.
Il continente africano, quest’anno, ha avuto un suo padiglione, nel complesso valido, a questo si aggiungono alcune presenze individuali come il ghanese El Anatsui con le sue tende dorate, fatte di materiali poveri, diventate un’icona di quest’esposizione. A proposito di padiglioni si è finalmente reintegrato, dopo un’assenza di quasi dieci anni, quello italiano, ma non senza polemiche. Perché lo spazio è un po’ confinato in fondo all’Arsenale e per la scelta di due solo artisti, un maestro come Giuseppe Penone, che fa una sintesi della sua lunga esperienza, attivando nello spettatore anche il senso dell’olfatto e il giovane Francesco Vezzoli che nel video “Democrazy” sbeffeggia il rito delle primarie statunitensi. Un cenno merita anche Nico Vascellari scelto come rappresentate della giovane arte italiana, esperto nell’ uso di diversi media e non privo di reminescenze di arte povera. Nel Padiglione Venezia, restituito agli artisti veneti, l’omaggio è a Emilio Vedova, di recente scomparso. I padiglioni stranieri sia all’interno che all’esterno dei giardini sono di buon e spesso di ottimo livello. A cominciare dal triangolo femminile ai giardini ( Sophie Calle per la Francia; Tracey Emin per la Gran Bretagna Isa Genzken per la Germania). Una citazione meritano anche il Padiglione Russo ( molto gettonato il video del gruppo AES+ F) e quello Olandese (sul tema dell’integrazione degli immigrati) . All’esterno dei giardini da segnalare il padiglione del Messico dove l’artista Rafael Lozano-Hemmer coinvolge attivamente il pubblico nelle sue installazioni elettroniche e il padiglione Rom , la prima rassegna di artisti di questa cultura. Tutto intorno alla rassegna principale è un fervore di iniziative: le mostre invadono tutti gli spazi pubblici disponibili, occupano palazzi privati usualmente non accessibili, persino le chiese non aperte al culto e debordano nelle isole. Ed è una gara fra le stars del mondo dell’arte ad essere presenti: tra i nomi più prestigiosi quelli di Bill Viola (chiesa di San Gallo; Joseph Kosuth (isola degli Armeni) ; Damien Hirst (palazzo Pesaro Parafava); Matthew Barney e Joseph Beuys (Collezione Peggy Guggenheim); Jan Fabre (palazzo Benzoni) ed Enzo Cucchi al Museo Correr.