martedì 12 giugno 2007
Economia imprenditoriale, questione settentrionale
dal sito www.campodellunione.org
Stefano Micelli
Proprio nei giorni della Biennale, con uno sforzo di sincronizzazione meritevole, la Fondazione Venezia 2000 e il sindaco Massimo Cacciari hanno organizzato un incontro sul tema della creatività e delle nuove forme del lavoro. I relatori rappresentavano imprese e istituzioni di un capitalismo della creatività che, da Torino a Venezia, prova a dimostrare la sua esistenza e, soprattutto, la sua utilità. Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, ha raccontato la storia di una città che in pochi anni ha saputo superare un momento di crisi acuta attraverso il rilancio della collaborazione fra università e impresa sui temi della tecnologia e del design. Andrea Cancellato, direttore della Triennale di Milano, ha annunciato il primo museo italiano del design. Enrica Baccini della Fiera di Milano ha proposto un’immagine nuova delle fiere come momento di incontro fra culture e professionalità diverse. Tutti, insomma, hanno provato a testimoniare un rinnovato impegno per nel dare un contributo in questa complicata fase di transizione del nostro capitalismo. Eppure qualcosa ancora non torna. Non tanto nei numeri e nelle statistiche economiche, ma soprattutto nella cornice culturale con cui i mezzi di comunicazione e la politica guardano a questa nuova economia. La creatività paga nelle imprese, ma stenta ad essere accettata come fattore della crescita. Dopo anni di retorica del declino, il motivo di questa difficoltà è legata al ruolo dell’imprenditore, cruciale per dare valore alla creatività: lo è stato all’indomani della guerra, quando imprenditori come Castelli hanno messo in piedi la Kartell; lo è oggi, per saldare insieme ricerca scientifica di punta e creatività artistica. I campioni del nuovo Nord creativo (aziende come Biasazza, Lago, Nice, Valcucine per rimanere nel Veneto) non sono la brutta copia del capitalismo manageriale proposta dalla manualistica aziendale anni ‘70, ma la versione aggiornata di un capitalismo imprenditoriale che anche negli Stati Uniti dimostra di essere l’avanguardia (l’esempio di Steve Jobs parla da sé). Grandi o piccole che siano, le imprese competitive hanno bisogno di imprenditori che scommettono su un futuro difficile da prevedere. Creatività e imprenditorialità sono due facce della stessa medaglia. Il riconoscimento e la legittimazione di questa nuova economia imprenditoriale è un passaggio chiave nel dibattito sulla “questione settentrionale”. Su questo punto, il linguaggio della politica arranca. Se rimaniamo agganciati al paradigma della produzione di massa e del fordismo le categorie logiche con cui guarderemo al tema della creatività ci parleranno solo di precarietà e di incertezza. E questo proprio nel momento in cui il tema della creatività non riguarda più una ristretta élite di specialisti, ma un esercito di nuove leve di creativi che in ogni posizione di lavoro provano a dire la loro. L’azione dei governi confermano poi l’incomprensione politica del fenomeno. Le riforme universitarie che si sono succedute nel corso di questi anni riflettono una concezione ingegneristico-amministrativa dei curricula dei nostri studenti. Gli istituti che regolano il lavoro stentano a riflettere la complessità del nuovo scenario economico. Lo stesso dicasi delle politiche fiscali, oggi tutt’altro che orientate nella direzione di un riconoscimento dei nuovi lavori e delle nuove posizioni dei giovani nella nostra economia. Per Venezia si tratta di una partita importante. La Biennale ha provato anche quest’anno la sua capacità di attrarre talenti creativi a scala internazionale. In città si sono moltiplicati gli eventi collegati, promossi da istituzioni e imprese di livello internazionale. Nella gran parte dei casi, non si tratta più di semplici sponsorizzazioni. Proprio durante la vernice della Biennale, ad esempio, un’importante operatore di telefonia mobile ha chiesto a una decina di artisti di levatura internazionale di immaginare il design dei servizi del futuro. Progetti come questi stanno diventando la cifra distintiva delle aziende più innovative su scala globale. Venezia ha più altrenative: può rimanere quello che è oggi, uno straordinario fondale per la creatività altrui, o attrezzarsi per diventare uno dei motori dell’innovazione in Veneto e in Italia.