Jean-Paul Sartre arriva a Venezia nel 1933; da subito gli si impone una figura oscura ed enigmatica, destinata ad ossessionarlo nel tempo: il Tintoretto. O meglio, quello che di lui sprigiona dalle tele. Sarà una lunga e febbrile incubazione. Germinazione lenta che lo porterà ad assaltare il pittore veneziano a scatti, ritorni, balzi; sciabolate in scrittura, per oltre un decennio. Il primo indizio di questo furioso incantamento risale al 1948, lo cita in "Che cos’è la letteratura?": "lo squarcio giallo del cielo al di sopra del Golgota, il Tintoretto non lo ha scelto per significare l’angoscia, né tanto meno per provocarla; è angoscia e, insieme, cielo giallo". Da quel momento con slancio ininterrotto si occuperà di setacciare le intime ossessioni del pittore veneziano da vicino, accanendosi sui suoi quadri. Cosa lo avvince così radicalmente in questa figura? I chiaroscuri nel destino di artista braccato, la spasmodica ansia di riuscita che lo corrode e tormenta, il senso di ostentata pesantezza e rovinosa caduta che promana dalle sue costruzioni pittoriche fino a convertire "l’ossessione della caduta in un sistema estetico"; il rapporto osmotico con Venezia "La pittura di Tintoretto è innanzi tutto il rapporto passionale di un uomo e di una città".
Dal 1953 avrà inizio la stesura di una costellazione di testi sparsi, frammentari, "indiavolati", in uscita a diverse riprese. Compaiono per la prima volta accorpati organicamente in una traduzione italiana, a cura di Gabriella Farina "Tintoretto o il sequestrato di Venezia" (Christian Marinotti Edizioni €29, 00). Michel Sicard, nell’introduzione, enumera ed approfondisce i temi principali dell’estetica sartriana relativa al Tintoretto"la pesantezza, il tempo, lo spazio, la luce". Nel corpo a corpo con il pittore veneziano emerge un Sartre diverso da quello intento in scorribande psicologico-esistenzialiste. Il suo stile subisce una virata, cambia atteggiamento; più che la coscienza storica del tempo considera il segno e lo spazio visivo. Si immerge nelle opere, e fa parlare solo quelle. Affronta la vicenda di Jacopo Robusti muovendo da un aneddoto che ne segna gli inizi, e la fortuna: "Jacopo nasce nel 1518; suo padre è tintore; Venezia ci dice subito in un orecchio che tutto è iniziato malissimo". Questo il fattaccio. A dodici anni entra nella bottega del Maestro per eccellenza, quel Tiziano stracolmo di trionfi che dà lustro alla Serenissima. Viene subito cacciato, per paura del suo talento. Jean-Paul non esita; immediatamente accorre in difesa del suo prescelto: "Il Tiziano non era un tipo facile, si sa. Ma Jacopo aveva dodici anni. A dodici anni il dono non è niente, un niente lo cancella; ci vogliono pazienza e tempo per fissare una fragile disinvoltura, per mutarla in talento (…)". La "scalogna" sembra dominare, per lasciar spazio negli anni all’accanimento, "che si trasforma in rabbia". Siamo all’uno contro tutti, Jacopo vuole farcela "produrre, produrre senza sosta, vendere, schiacciare i suoi rivali con il numero e le dimensioni delle sue tele". Ogni mezzo è lecito, anche l’inganno.
Nel 1564 è scacco matto. Quando la Confraternita di San Rocco decide di abbellire il salone delle riunioni e indice un concorso lui sbaraglia tutti. "Corrompe i servi, ottiene le misure esatte". Si presenta con il lavoro già bell’ e pronto e, per di più, lo regala: "Non a voi, a San Rocco, il vostro patrono". La Scuola diventerà il suo feudo. A questo punto della svolta Sartre incalza. Bracca la sua preda con la foga del segugio, tende trappole, si apposta in agguati, irrompe nelle tele come a volerle squarciare. Con una forza di indagine che ne rivela interni tremori e sobbalzi. A proposito del "San Marco che libera lo schiavo": "Tutto qui un Santo? Un corpo in caduta libera? (…) in alto, in piena luce le dita dei piedi graffiano la tela con le unghie; più lontano la faccia immersa nell’ombra e capovolta" e ancora "delle frane, ecco cosa ci fa vedere in tutta la sua opera".