”Mi piacciono tutte le immagini che si relazionano all’acqua e i luoghi penetrati dall’acqua: Venezia ne è l’esempio più magnifico. Tornarci dopo vent’anni è ancora più emozionante, in questi giorni, con questa luce. Oggi mi sono alzato alle 5 della mattina ed ho passeggiato lungamente” sorride rilassato, è di buon umore Brian Eno, in un gessato nero very british che lo allontana dalle sue prime appparizioni accanto a Brian Ferry con i Roxy Music, negli anni ’70 (anche se scostando la giacca con smorfia ironica fa intravedere una costellazione di pailette verde smeraldo un po’ off limits). Nel 1985 veniva a Venezia invitato da Gabriella Cardazzo nella Galleria “Il Cavallino” a sperimentare sulla luce con installazioni di cristalli, facendo piccoli disegni geometrici a matita della Fondamenta Briati vista dall’alto, da casa di Gabriella. L’occasione di questo passaggio in laguna è La Biennale musica che quest’anno inaugura con una sua installazione “Painting like music” nello spazio buio ed iniziatico del deposito di carburante dell’Arsenale, lo spazio Cisterne. Tra le cilindriche moli vuote e arruginite si snoda nell’oscurità più totale un itinerario sonoro/visivo che conduce a una sorta di pala d’altare creata da schermi al plasma in perpetua e lenta variazione di immagini calligrafiche, autogenerative:”Lo schermo più grande è un insieme di 77 milioni di configurazioni possibili che mutano perpetuamente e con lentezza”-chiarisce- “La cosa interessante di questo lavoro è che nessuno può vederlo per intero. È un’ idea che si avvicina molto all’incessante lavorio della natura, in continuo cambiamento, effimera; ha molto a che fare con l’esperienza mistica dell’arrendersi, del non opporre resistenza permettendo alle cose di accadere, di penetrare ” racconta alla fine del percorso- “in questo senso il computer offre delle possibilità illimitate, si possono creare creature inusuali che evolvono costantemente. Mi ispira un’affermazione di Jhon Cage che sollecita l’arte ad imitare la vita nelle sue svariate operazioni”.
Nel suo studio, immerso in un enorme sintetizzatore, la macchina da presa gli si approssima lenta, quasi indagante. Accade nel lungometraggio ad alta tensione estetica che Gabriella Cardazzo ha girato interamente on the road su di lui insieme a Duncan Ward, dalla Valle della morte e gli sterminati spazi californiani, a New York, fino all’approdo alle origini del pioniere della Ambient music, la cittadina di Woodbridge solcata da un lungo fiume, in Inghilterra, dov’è nato, nel 1948. Brian sta improvvisando uno spazio acustico, una caverna liquida; suoni acquorei che mette in continua variazione. Viene colto in quell’ atteggiamento di costante stato di trasformazione che lo rende figura polimorfa negli scenari musicali del contemporaneo, che gli fa asserire serenamente di non sentirsi costretto in nessuna definizione:”Non appartengo a nessun mondo, ho la possibilità di cambiare disposizione con estrema libertà. La mia musica è coinvolta con quello che succede fuori dalla mia finestra. Faccio semplicemente dei tentativi. Mi piace conoscere tutte le situazioni-limite: raggiungere l’estremo per poi ritirarmi in una posizione più comoda”. Un riuscitissimo ritratto durato due anni dove le immagini hanno il dono di dilatarsi in spazi sonori:” Brian è un periscopio di estrema sensibilità e profonda disciplina- rivela Gabriella- rigorosissimo, quasi uno spirito matematico con un enorme interesse per la scienza, informato di tutto quello che succede”.