Si discosta dalle Biennali precedenti per un atteggiamento base: il pragmatismo. Ecco riapparire gli strumenti dello specifico architettonico: plastici, misurazioni, schizzi, rilievi. Scarsa concessione a ibridazioni osè con l’arte. Altra bizzarria; dei progetti presentati, quasi tutti hanno il tocco della realizzabilità. Un atteggiamento che non cede a pericolose alleanze interattive, se non per stretta necessità (qualche video, molte fotografie). Sotto fuoco: il futuro della città urbana; obbiettivo: monitorare l’ ultraveloce morfogenesi delle megalopoli in cui concentra non senza contrasti oltre il 50% della popolazione mondiale. Pressanti, le questioni affrontate: quanto inquiniamo?- quanta energia consumiamo?- quanto siamo collegati?. Le mega-città con oltre 20 milioni di abitanti sono il nucleo critico su cui appoggia la “riflessione globale” della decima Biennale Architettura che non a caso intitola “Città. Architettura e società.” Ruolo dell’architettura? lo va ribadendo senza posa il direttore di questa edizione, l’urbanista inglese Richard Burdett:”migliorare la città in trasformazione”, quasi uno slogan.
Una sua mostra alle Corderie dell’Arsenale dipana un itinerario “incubotico” tra le città in tracimazione, monoliti disegnati da Aldo Cibic dicono l’emergenza di spazi ipersaturati: Shangai, Bogotà, Caracas e i suoi barrios, Città del Messico e i sobborghi, tra le sedici città globali impietosamente rappresentate come giganteschi diagrammi goticheggianti in 3d. A includere Il Cairo tra le città- mostro ci pensa ai giardini il Padiglione egiziano proponendo una riflessione sul futuro sostenibile di questa città-sintomo di tanti disagi; titolo: “the shadow of Cairo’s formal and visible city”. Continua a riferire strategie possibili anche la trasformazione di un altro luogo ad alta densità abitativa, San Paolo. La prima sala del Padiglione Brasile mostra la trasformazione del sito originario del bacino della megalopoli attraverso la sua costruzione tecnica. Carte, mappe e viste aeree ritrattano le varie modalità di occupazione del territorio. Non mancano le sollecitazioni fantasiose: un gigantesco giubbotto di felpa in fibra, ottenuto dal riciclaggio di contenitori di bevande in plastica, sospeso all’interno del padiglione canadese diventa un alloggio, voluminoso e soffice l’ interno color arancione. Ad accogliere i visitatori che entrano nella felpa gigante, una serie di proiezioni digitali con immagini di Vancouver. Concentra sul dispiego di forze progettuali per la ricostruzione di New Orleans dopo la furia distruttiva dell’uragano katrina il padiglione Usa.
Pensato ex-novo nelle ultime propaggini delle Tese delle Vergini dall’architetto romano Franco Purini è la vera novità di questa Biennale: il Padiglione italiano alle Gaggiandre (in dialetto veneziano, letteralmente, il guscio della tartaruga). Razionali box ritmati in bianco contengono i progetti dei 20 architetti italiani under 40 ognuno dei quali ha pensato una porzione di Ve-Ma, nuova città di fondazione immaginata nell’asse Venezia Mantova: “Una città di fondazione, ma anche una città ideale e una città utopica – ma dell’utopia della realtà di Ernesto Nathan Rogers – collocata in prossimità dell’incrocio dei corridoi ferroviari europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo” chiarisce Franco Purini. Riprodotta in polvere di gesso su un ampio plastico allunga nello spazio sidereo che non trascura la potenza del genius loci. Dieci proiettori indirizzati al biancore di un ovalone, recitano a circuito continuo la storia dell’ architettura italiana come fosse un avvincente romanzo popolare. L’effetto è straniante: Il testo è di Purini, la voce è del doppiatore di John Malkovic. Su appello del presidente Croff per rimpinguare le esanimi casse della Biennale sono accorsi numerosi: Inarcassa, Italcementi, Moroso ( di cui sono apprezzabili le poltroncine in plastica nei momenti di sosta forzata), Fantoni. Il gruppo Risanamento Spa ha in mostra alle Corderie dell’Arsenale due enormi progetti che riguardano Milano. Il progetto architettonico di Milano Santa Giulia affida a uno dei nomi più autorevoli dell’architettura contemporanea: Norman Foster. Sarà realizzato un quartiere tra i più attuali dal punto di vista strutturale, architettonico e funzionale. L’area si estende su una superficie di 1.200.000 mq.: “il modello di Milano Santa Giulia è la soluzione ai problemi delle grandi metropoli, perché unisce città e campagna in una sintesi ideale. È una città nella città, con tutti i servizi e i collegamenti infrastrutturali, la campagna è il benessere e la qualità della vita per l’individuo: un mix che si realizza dotando la campagna o la periferia degli stessi servizi di chi abita nelle città, in un unico progetto.Milano Santa Giulia è un’utopia dei nostri giorni, che nasce sugli errori del passato: le periferie, ghettizzate, o le città giardino senza servizi vissute come dormitori”. Dichiara Foster senza mezzi termini. Il progetto di Renzo Piano è invece concepito come uno schema urbano aperto; connette tutte quelle parti della città fino a oggi separate dalla ferrovia e dalle ex aree industriali Falck e Marelli.