giovedì 4 maggio 2006
Tadao Ando e i big mondiali per una domanda irrisolta: dove va l’arte contemporanea?
Riapre Palazzo Grassi gestione Pinault con la mostra dal titolo "Where are we going?"
Enzo Di Martino

Il segnale della mostra, posto all’esterno del palazzo sul Canal Grande, è un enorme pupazzo rosso a forma di cane. È dell’americano Jeff Koons, uno dei più clamorosi "fenomeni" del mercato internazionale dell’arte, assieme all’inglese Damien Hirst ed all’italiano Maurizio Cattelan. Entrambi peraltro rappresentati nell’esposizione: Cattelan dal suo realistico "Him", un piccolo Hitler in ginocchio, posto in un angolo come se pregasse, mentre ad Hirst viene riservato l’intero salone nobile con due delle sue mucche sezionate, la sua "farmacia" di scaffali di vetro pieni di migliaia di pastiglie colorate e le bacheche coi modellini di scheletri di animali preistorici, che danno il titolo alla mostra curata dall’americana

Alison Gingeras: "Where are we going?", cioé, dove stiamo andando?, ponendo una domanda sullo stato dell’arte contemporanea che molti studiosi (Jean Clair, Baudrillard, Meinric etc.) propongono da tempo e che appare davvero inquietante e forse senza risposta.Ma la collezione d’arte contemporanea del magnate francese François Pinault, con una selezione della quale riapre ora un Palazzo Grassi rinnovato da Tadao Ando, rivela in effetti un orizzonte molto più vasto e complesso che appare qui diviso nettamente in due sezioni. E mentre al piano terra - il pavimento di 1296 piastrelle di Carl Andre - ed al primo piano vengono esposte le testimonianze più esasperate della nuova ricerca espressiva dell’arte, al secondo piano sono invece confermate, anche attraverso la "grande pittura", le predilezioni "minimaliste" del munifico collezionista francese.

Ecco allora, naturalmente al primo piano, un vero e proprio "trattore" in alluminio di Charles Ray, il realistico e conturbante "Mechanical Pig" (Maiale meccanico) di Paul McCarthy, l’impressionante sala dedicata alle fotografie di bambole sezionate di Cindy Sherman, il perentorio "I shop, therefore I am" (Compro, perciò esisto) di Barbara Kruger, la saletta anch’essa riservata agli oggetti "banali" di Jeff Koons, per citare solo alcuni lavori esposti. Naturalmente non poteva mancare in questa rassegna il giapponese Tahashi Murakami del quale viene presentato il suo "Inochi" una sorta di pupazzo alieno davvero conturbante. Ma, sempre al primo piano, si incontra anche un ormai "classico" ritratto di Mao di Andy Warhol ed un grande collage del poco noto polacco Pjotr Uklanskj, un albero a forma di bomba davvero molto bello. Assai diversa la situazione al secondo piano del palazzo dove vengono esposti molti dipinti, a volte di grande qualità formale. Come i due lavori di Richter, lo straordinario taglio bianco (Attesa del 1966) di Lucio Fontana accostato a quattro "Achrome" di Pietro Manzoni. Ed ancora, la rigorosa sala dedicata ad Agnes Martin con quattro dipinti caratterizzati da rarefatti piccoli segni, e quella altrettanto importante di Cy Twombly con dieci dipinti di rara bellezza.

Il salone principale viene invece dedicato ad uno dei padri del minimalismo, l’americano Donald Judd, che occupa potentemente lo spazio con le sue forme geometriche. Altre sale ospitano i neon colorati di Dan Flavin, i "bianchi" di Robert Ryman, e tre straordinari dipinti dei primi anni ’50 di Mark Rothko. Bisogna infine rimarcare il grande rilievo dato agli artisti dell’Arte Povera italiana con opere di Pistoletto, Penone, Zorio, Anselmo, Fabro, Parmiggiani, Paolini, Kounellis e naturalmente Mario Merz, del quale vengono esposti un bellissimo "Igloo" e la sequenza dei numeri al neon di Fibonacci che si concludono con una motocicletta Suzuki. Ne risulta una mostra bella e scontata ad un tempo, che pone per davvero l’inquietante interrogativo su dove stia andando l’arte contemporanea.