lunedì 24 aprile 2006
Venezia , nascita di una città
Esce con Neri Pozza la nuova edizione del capolavoro di Sergio Bettini
Giovanna Dal Bon

“Proprio perché la forma di Venezia non è data, per così dire una volta per sempre, ma continuamente si discioglie e si ricompone ad ogni istante, si crea di nuovo entro il nostro tempo: proprio per questo essa non mente”. Questa è Venezia nel pensiero di uno dei più interessanti storici e critici dell’arte del Novecento, Sergio Bettini.

La riflessione sulla sfuggente tra le città comincia agli inizi della sua avventura di ricercatore e si rapporta, da subito, ad una più vasta concezione della forma in divenire, della forma-evento così com’era pensata da Focillon. È il 1945 quando Bettini introduce il pensiero del filosofo francese in Italia con l’edizione padovana di “Vie de formes”. Un primo nucleo su Venezia, vista tra tutte come paradigma puro dell’arte in movimento, Bettini lo abbozza nella pubblicazione del 1950 già in bozze nel 1942. Esce in questi giorni, edito Neri Pozza, nella collana recentemente affidata a Giorgio Agamben “La quarta prosa” un volume che sfugge ai generi e contiene una complessa operazione di montaggio, in approfondimenti e ritorni ( il curatore Andrea Cavalletti ci avverte in postfazione che può essere letto come un libro di fenomenologia). Un acuto esercizio critico sulla città considerato inter omnes il suo capolavoro “Venezia. Nascita di una città” con un fitto apparato iconografico. La Venezia di Bettini obbedisce attraverso i secoli ad un originale Kunstvollen, una sua prorpia intenzione artistica. La nascita, il divenire, la struttura urbana, le architetture risolte in facciata, l’assenza di prospettive, i tagli asimmetrici, i fuori scala, rispondono ad una forma che contrasta l’ordine geometrico e sovverte le gerarchie della statica. Uno sguardo assolutamente nuovo e maturo su una città voluta fortemente e altrettanto tenacemente costruita su strati instabili.

Bettini offre in apertura una definizione della città come unica grande superficie:”Venezia nasce tra l’aria e l’acqua: la sua immagine si innesta nel punto, quasi matematico, di contatto tra aria ed acqua, si concreta tra coteste due dimensioni illimitate: quindi la sua forma potrà dirsi coerente se saprà interpretare il valore dell’una e dell’altra”. Prima di affrontare il problema “storico” del nascere e del formarsi della città Bettini sofferma sulla quantità di miti sorti nel tempo sulla sua immagine. Ripropone l’idea di Georg Simmel filosofo sottile e sensitivo e ormai “sull’estrema frontiera del romanticismo” di accostare Firenze a Venezia asserendo una superiorità della prima su quel qualcosa di “incompleto e superficiale” che caratterizza la seconda. Convoca le ansie morbose di Walter Pater, Ruskin, Byron, De Musset e la genia svenevole delle morti a Venezia. È interessante come Bettini faccia risalire al barocco nordico la prefigurazione romantica del mito di Venezia.” (…) affinità di Stimmung. Ambedue sono aperture, o almeno tensioni di una forma plastica chiusa”. Ed è veloce ad indicare la visione di Marcel Proust lontana da torbidi equivoci romantici; una Venezia “attuale” perché diversa da una qualsiasi città classica e perpetuamente sciolta in “una forma aperta, versata nel tempo, quindi risolta in colore e ritmo”. Documentato il setaccio critico sugli inizi, garantiti da un esodo tardoromano a popolare isolotti deserti. Conseguenti gli influssi bizantini a dare fondamento. Fatale il passaggio da villa tardoromana in fondaco per il deposito delle merci e la progressiva “marmorizzazione” tra il Trecento e il primo Quattrocento “quando le zone ancora vuote si colmano”. Bettini propone una lettura della città in chiave anticlassica “fondata cioè non su una struttura prospettica dello spazio urbanizzato, ma sulla continuità temporale di codesto spazio”. Attraversa e cesella svolte cruciali nel gusto e negli stili soffermando spesso e volentieri sull’importanza dei manufatti e la loro funzione (memorabili le pagine che dedica alla forcola).

In chiusura corregge il tiro di una sua definizione “piuttosto facile e un poco turistica” sul simbolo di Palazzo Ducale per rivederlo nel contesto in cui si forma quando nei finestroni “s’accendono luci di uno strano rosa violaceo, che contrasta fuggevolmente coi marmi della facciata, che paiono farsi d’oro bianco: e tutta la superficie ha uno sguardo intenso e un po’ obliquo, di altero e gelido orgoglio”.