mercoledì 8 marzo 2006
La scena dell’arte
Alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia fino al 21 maggio
Lidia Panzeri

La testa di Alberto Sordi che sbuca dall’incavo di una scultura di Alberto Viani; Alberto Giacometti che divora con gli occhi una modella ben in carne di fronte alle sue scarnificate sculture; il poliziotto di servizio che si inchina davanti a Rauschenberg, congratulandosi con lui per il Leone d’Oro del 1964: sono tante le immagini divertenti e saporite esposte alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia nella mostra “Venezia 1948-1986: la scena dell’arte”. 150 gli scatti, quasi tutti in bianco e nero, selezionati da Luca Massimo Barbero su un corpus che annovera ben 12.000 negativi. Costituivano l’archivio dell’agenzia Cameraphoto, acquistato, ai fini di consultazione e studio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. La mostra segue un criterio cronologico, a cominciare del 1948, l’anno della ripresa della Biennale d’Arti Visive, dopo la lunga interruzione dovuta alla guerra. Ed è davvero emozionante la foto in cui Romolo Bazzoni, segretario, Rodolfo Pallucchini, direttore, e Giovanni Ponti, presidente della Biennale, accolgono l’arrivo del primo aere, contenente le casse delle opere. Sono anni di grande fermento, quelli che seguirono fino al 1954, e di grandi protagonisti: Ricasso con il suo sguardo magnetico; Matisse che ritaglia i suoi papiers découpéès, Arturo Martini, una splendida Palma Bucarelli. Ci sono foto delle sale espositive (la personale di Morandi e quella di De Pisis), ma anche testimonianze dei lavori di allestimento. Poi il pubblico che specie nei primi anni è quello vitale del popolo di Castello, come la donna in grembiule che guarda perplessa l’enorme dentifricio molle di Claes Oldenburg ( Pop Art, 1964); o come il bambino sorpreso nella sala di Emilio Vedova (1960) insieme a un prete in veste talare. Quasi una provocazione quest’ultima istantanea, superata solo dall’immagine del cardinale al padiglione sovietico (anno 1960) che si lascia alle spalle la statua della contadina e dell’operaio che brandiscono la falce e il martello, in perfetto stile realista.

Negli anni sessanta la Biennale è evento alla moda: le riviste patinate inviano le loro modelle in posa, tra il divertito e il compreso, di fronte alle opere d’arte. Cambia anche l’abbigliamento: dalle toilettes, eleganti e sontuose, speso arricchite da importanti cappelli a tesa, si passa agli abiti minimalisti, attillati e con gonna corta (un anticipo della minigonna di Mary Quant) di una Paola Pitagora, compagna di Renato Mambor (1966). Siamo alle soglie del ’68 ed esplode la contestazione: ai giardini (si coprono le opere o si voltano verso il muro); sui ponti, dove stanno appostate anche le forze dell’ordine; tra le calli e in piazza San Marco, una folla di giovane di fronte alla Basilica, Gli anni ’70 sono quelle degli happening (Lee Byars con il suo cilindro nero e la bacchetta d’oro, 1975 ); dell’arte povera (le zampe di Luciano Fabro , 1972) . Dello stesso anno i portatori di handicap (Gino De Dominicis) e la liberazione di migliaia di farfalle in piazza San Marco: Alla metà del decennio prevalgono le tematiche ambientali: i cavalli di Kounellis e i totem di Beuys (1976); il gregge di pecore al padiglione israeliano e la monta del toro (1978) Sono anche gli anni in cui si mescolano i vari settori e Julian Beck con il suo “Living Teather” agisce tra le calli i suoi “Sei atti pubblici”. Negli anni ’80 al rapporto tra arte natura subentra quello tra arte scienza, pronube il direttore Maurizio Calvesi. Poi, all’inizio dell’era elettronica, tutto cambia nel modo di riprendere la scena dell’arte, si moltiplicano gli scatti, si velocizza la trasmissione delle immagini e si esaurisce la funzione di un’agenzia, pur meritevole, come Cameraphoto. Molto importante il catalogo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, distribuito dalla Skira, ricco di 900 immagini, una vera e propria storia visiva della Biennale.