martedì 13 settembre 2005
La natura morta
In mostra dal 6 settembre all’8 gennaio alle Gallerie dell’Accademia
Giovanna Dal Bon

La natura morta è un genere pittorico ad alta densità simbolica che insinua a Venezia tardivamente per non attecchirvi mai e rimanere appannaggio di pochi e “foresti”pittori. Alla fine del Cinquecento l’oggetto comincia a staccare dall’insieme, viene isolato, ha una sua vitalità intrinseca; animato di echi e rimbalzi rinvia a segreti avvisi e misteriosi inviti. Il genere diffonde veloce e tentacolare: dalle Fiandre e l’Olanda quasi simultaneamente sparge in Spagna, in Lombardia, nel sud dell’ Italia; per imbattere a Venezia nella quasi indifferenza.

Ostenta scarsa considerazione Marco Boschini nel 1660 riferendo ai collezionisti di nature morte con intonazione sdegnosa:” Che crede de condir le galarie/ Con ragni, con formigole e stampie/ e i le stima più dolce dei confeti./Un leguro, una rana, un scarpion, una mosca, un zenzal/ ha da far drento a un studio e pompa e pala/ e concorrere con Paulo e con zorzon?”. In mostra, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dal 6 settembre all’8 gennaio, 39 tra disegni , dipinti, miniature. Di provenienza eterogenea, provenienti da lasciti e donazioni, in parte esposti per la prima volta, incentrano sulla natura morta. Tre le sedimentate collezioni veneziane a cui attingono: Molin, Contarini, Manfrin.

Clessidre, melagrane, strumenti di misurazione, teschi, sbizzarrimenti botanici lepri e altra cacciagione, erbaggi, calici, torsi e motivi in variazione affiorano da fondali scuri per generare stupefatti microcosmi. Colpisce, isolato, il piccolo foglio di Leonardo in punta metallica, penna, inchiostro, carta leggermente imbrunita. Elegantissimo, fatto di dettagli botanici, vegetale anche nell’effetto ottico mostra cinque viole, un’inflorescenza a spighetta (si assicura “tipica delle graminacee”), tre boccioli di ranunculus; minimo erbario galleggiante e analitico. Tra le tavole fiamminghe, distacca per spirito la natura morta con calici. In basso, a sinistra, il sigillo in ceralacca con stemma Contarini. Nitida, la disposizione dgli ingredienti su piatti di cui si avverte la consistenza: un piatto di vetro con minuscoli confetti sparpagliati, una mezza forma di formaggio dà l’allungo in diagonale, un piatto in ceramica con datteri e mandorle, scintillio di piatti con fichi secchi e castagne, un calice in vetro che potrebbe essere di quelli prodotti a Venezia nel ‘600 per il mercato nordico accanto ad un calice “a guglia” di fattura anglosassone.

Esposizione attenta ed evidente, parlante. Su tutto sette strepitose miniature ovali in avorio conservate da Girolamo Contarini nel suo Palazzo a San Trovaso. Fitte di tocchi in punta di pennello su una superficie opaca sono state restaurate con meticolosa sensibilità da Rosella Bagarotto