Per il Redentore, Palladio ha concepito una chiesa seduta sulla sua scalinata, che osserva sonnolenta e sorniona la città. Vicinissima ma inevitabilmente separata dal Canale della Giudecca, attraversato da enormi navi da crociera che la oscurano, di tanto in tanto, e la dividono da Venezia. Se ne sta lì, indifferente, osserva e non interviene, comprensiva e paterna. Il Redentore è colui che toglie i peccati, che permette l’espiazione, che redime, appunto. La sua presenza è necessaria per i veneziani, ma non può essere una presenza troppo ingombrante, va bene che stia lì, va bene che non si faccia troppo sentire, perché i peccati, in fondo, vanno commessi. Venezia è una città peccaminosa, i suoi abitanti lo sanno, il peccato è favorito dalla prossimità, da finestre che s’affacciano su finestre, da altane che danno su balconi, case dentro case, sconosciuti accanto a sconosciuti. L’estate, poi, il caldo umido irresistibile, che impone una spossatezza dei sensi, che toglie vestiti appiccicaticci, che lascia intravedere corpi nei quadrati delle finestre.
Il peccato è di casa a Venezia. Il Redentore lo sa, e sa che il suo compito ogni anno dovrà svolgersi puntualmente. Anche i veneziani lo sanno, e confidano in lui perché puntualmente, ogni anno, li purifichi dal peccato, dalla colpa, e il resto dell’anno, però, li lasci fare, se ne stia oltre quel canale nel suo apparente, consapevole letargo. Allora, quel giorno dell’anno, quella terza domenica di luglio, un ponte di barche collega Venezia al Redentore, solo allora il Redentore fa parte di Venezia, non più separato dal Canale, e allora si risveglia dal letargo per svolgere il suo compito. Nessun veneziano mancherà alla processione che lo porterà alla chiesa, poiché non è in gioco una festività, ma uno stile di vita. Quella passeggiata affollata su un ponte tremolante e brulicante di persone è necessaria per buttarsi alle spalle i peccati di un anno, e da lì ripartire per un nuovo anno. È necessario perché la città e i suoi cittadini non si saturino di peccati, perché si vive sempre in un confine labile oltre il quale non si può andare. Venezia muore, dicono alcuni da alcuni decenni, e se non muore mai è pur sempre sull’orlo di farlo, perché se il peccato prevalesse, se andasse ad occupare ogni casa, ogni calle, ogni angolo di questo formicaio domestico, la sopravvivenza della città sarebbe messa in discussione, per questo la processione è necessaria, perché il peccato si annulli, perché si riparta da capo, perché ogni anno Venezia ritrovi la sua innocenza, e si ricominci.
Dopo la processione è l’esplosione della festa. Tutti accorrono a vedere i fuochi d’artificio che sanciscono l’inizio della vita del nuovo anno. Barche e barchine, topi e tope, burci e bragozzi, gondole e gondolini, caorline e peate, tutti guardano lo splendore della nuova innocenza, migliaia di persone tra le calli o in mare per quella sera in cui il peccato ricomincia, esplode di nuovo: si mangia, si beve, si sta uno vicino all’altro, ci si bacia, ci si abbraccia, una Venezia nuova si rigenera e riparte.
Tutto questo ha una sacralità laica e perfino profana, così come i veneziani amano Venezia. Eppure tutti, sia pure col loro piglio da discoli ne conoscono l’importanza. Perché prima che la chiesa fosse eretta la città ha raggiunto quella saturazione di peccati che avrebbe condotto alla morte, e la morte, infatti, è arrivata sotto forma di una pestilenza che sembrava non avere fine. Dal 1575 al 1577 morirono a Venezia circa cinquantamila persone. Era, si pensava allora, una punizione divina, perché il peccato aveva invaso ogni via, ogni casa, la vita dissoluta aveva profanato la sacralità della vita stessa e la morte, oramai soltanto la morte, avrebbe riportato la salute, avrebbe fatto conoscere di nuovo il valore della vita.
La città era in ginocchio, quella punizione sembrava non avere fine, i cittadini, tutti, compresero quello che era successo, ma ora, ora bisognava vivere, non potevano per ciò che avevano commesso morire tutti, tutti! Fu allora, il 21 settembre 1576, che il Senato Veneziano approvò la proposta del Doge Alvise Mocenigo di fare un voto solenne per salvare la città. L’aiuto di Dio sarebbe stato invocato attraverso l’erezione di un tempio «che i successori anderanno solennemente a visitare a perpetua memoria del beneficio ricevuto». Il 3 maggio 1577 fu posta la prima pietra della chiesa del Redentore. La terza domenica di luglio dello stesso anno fu proclamata la fine della pestilenza, Venezia salva per sempre. Mai più si dovrà raggiungere quel punto, mai più una punizione divina verrà a depurare la città dal peccato, con gesto più piccolo, ogni singolo veneziano provvederà a redimersi da solo durante quella festa.
Venezia è una città peccaminosa e decadente, i veneziani la vivono e la rendono così. Eppure ogni anno, la terza domenica di luglio, vanno a rendere omaggio al Redentore, a colui che li libera da tutti i peccati. Camminano tutto l’anno tra le calli con una vincente strafottenza, pronti ad una alzata di spalle, a non voltarsi indietro, eppure la sacralità della festa del Redentore la conservano. Va bene giocare, va bene divertirsi, ma proprio per questo bisogna ricordarsi sempre, ogni anno, di attraversare quel ponte sul canale della Giudecca, salire quei gradini, ed entrare là dove tutto potrà ricominciare. E poi, si torna a far baldoria!