![]() ![]() La vita lagunare nel XVIII secolo
Attraverso il romanzo "Maria della Laguna" di Alda Monico, Corbaccio 2007
Il tema di fondo di questo secondo romanzo della veneziana Alda Monico, già nota per Delitto al casin dei nobili, è quello della laguna: lo si può vedere già dal titolo Maria della Laguna, Corbaccio, 2007. La laguna sappiamo essere una sorta di grembo amniotico di Venezia. Le acque lagunari con le isole e i cordoni litoranei, sorta di dighe sabbiose rinforzate dall’opera dell’uomo, difendono Venezia e sono state considerate le mura protettive della città. Venezia, in questo romanzo, è colta nel momento esaltante delle regate sul Canal Grande, tra le feste più fastose e partecipate, anche a livello popolare, attraverso una protagonista di umili origini Maria Boscola da Marina di Chioggia, di cui sono rimaste scarne notizie ed il ritratto conservato al Museo Correr. Maria è stata a lungo campionessa del remo: nel 1740, giovanissima, conquistò la bandiera rossa della vittoria, poi nel 1764, nel 1767 la bandiera azzurra del secondo posto e infine ancora la vittoria in due regate nel 1784, tra l’altro ha vinto anche nell’ultima regata a cui le donne hanno partecipato. Esistono alcune poesie popolari, dette gnàccare celebrative delle sue imprese, esse sono riportate nel testo e, nel cartiglio del ritratto di Maria Boscola, sono scritte le date delle vittorie. Le cadenze delle sue imprese, così lontane l’una dall’altra, hanno portato l’autrice a delle congetture narrative. L’altra immagine di Venezia presente nel romanzo è quella di Rialto il cuore nevralgico, pulsante dei commerci, dove Maria porta gli ortaggi ogni mattina e a cui giungevano il pesce, i molluschi e i crostacei che strabiliava per la sua abbondanza tutti i visitatori. Di quel luogo ci giungono attraverso il racconto gli aromi e gli odori acri, le grida, l’accorrere alla riva delle barche sovraccariche di ceste preparate con cura, la folla, le grida dei venditori di folpeti e trippa.
Nella famiglia di Maria, colta nell’arco di tre generazioni, è dominante la genealogia, matriarcale, in modo dichiarato ed emblematico, soprattutto attraverso la figura della nonna Orsola. Tutte le figure femminili sono positive, l’amica Garbina, che ricorda nel nome il vento di sud ovest, la sua prima compagna di voga e soprattutto Maria presentata nell’incipit: dritta in piedi sulla poppa piatta del sàndolo, e alla fine la protagonista, dopo l’operazione salvifica, è presentata come una sorta di amazzone: il suo seno sinistro non c’era più.
L’acqua del mare deve penetrare, irrorare questo alveo protetto, quattro volte ogni giorno, come acqua rigeneratrice, attraverso le bocche di porto in un equilibrio delicato e mirabile. Le maree ritmano le giornate di Maria, le sue attività: la partenza con il carico per Venezia lo faceva quando l’acqua cresceva e rientrava con il calante, per evitare la fatica maggiore. La salvezza di Maria, ormai donna matura con sei figli, da un male incurabile, avviene dopo un lungo cammino tortuoso e difficile, in un luogo ricco di canneti, canali, erbe palustri, scarsi capanni, nel delta del Po, per certi versi un archetipo dei luoghi lagunari prima dell’edificazione di Venezia stessa. Là, in quel luogo delle origini, Maria è alla ricerca della sua rinascita difficile e tormentata, che avverrà attraverso l’amica di nonna Orsola, Margarita, che cura con le erbe, le tisane, ma anche il bisturi, definita strega e per questo perseguitata, ma anche utilizzata nei momenti estremi dalla comunità polesana e l’adolescente Sara, una trovatella di origine ebraica, che seguirà Maria a casa sua, quando si sarà ristabilita. La laguna è presente con gli innumerevoli nomi delle barche, una ricchezza lessicale che testimonia la vitalità dell’ambiente, i termini come velme, ghebi, andar a seconda, i modi di dire, come quello tipico per i principianti al remo, che li invita a muovere velocemente il remo: ‘ocio che i granci no te lo magna’. Dominano i paesaggi delle barene con i ciuffi di canne, gli aironi e ‘le garzette che aspettavano appollaiati su una zampa sola, indistinguibile da un esile stelo di giunco, il guizzo argentato del cefalo’. Sono presenti i colori lagunari del tramonto e soprattutto i suoni: un dolce attonito silenzio, incrinato appena dallo sciacquio lieve e cadenzato dei remi mentre si rialzano rompendo la liscia superficie dell’acqua chiara in centri concentrici. I piatti tipici sono un inno nelle diverse occasioni conviviali: l’onnipresente polenta, il pesce cotto nei vari modi, soprattutto il sàor, el pesse rosto, le cape longhe, i peoci, i caparozzoli, i bogoleti agio e ogio le verdure fresche, in tecia, in pastella. Ne seguiamo i piccoli gesti preparatori essenziali, il testo è corredato nella parte finale oltre che da un Glossario dalle Ricette della laguna. Nel suo insieme il romanzo nella sua parte più riuscita, può essere un approccio storico, sociale alla quotidiana vita lagunare, che si è modificata lentamente nei secoli. Venezia, per essere assaporata nel modo più avvincente, ha forse bisogno di uno spazio di avvicinamento graduale, dato dal mezzo utilizzato, il sàndolo, molto mobile, in contatto diretto con l’acqua, del gesto corporeo della voga, una sorta di danza, e forse dalla stessa provenienza della protagonista, il lembo estremo della laguna sud, la città di Chioggia. e l’umile borgo di Marina, tutto questo amplifica maggiormente l’ entrata nel bacino di San Marco e nel Canal Grande. [ Pubblicato il 28 marzo 2008 ]
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