![]() ![]() Quale futuro per Palazzo Grassi
La decisione rimandata al 29 aprile
Un palazzo che affaccia sul Canal Grande, indipendentemente dallo scorrere di un suo individuale destino, appare come un condensato di storia della città; semplicemente essendoci ne dice le stratificazioni. Sempre e comunque indizio, sintomo di visibilità, di un’ appartenenza faticosamente raggiunta; status symbol per chi fortissimamente tende ad affermare un genos, un potere raggiunto e conquistato, per “affacciare”, per ostentarlo. Così la compattezza marmorea di uno tra i più riconoscibili simboli di Venezia continua ad essere ambita e contesa in alterne vicende che si susseguono a ritmo incalzante fra passaggi di proprietà, folate avverse di destino, rovesci e divergenti intenti fino ai nostri giorni. Palazzo Grassi non smette di prolungare nei secoli la sua vocazione di proteiforme contenitore di aspirazioni oltre-locali. Cosa che lo ha reso uno spazio glocal ante-litteram nella labirintica tessitura veneziana. Dall’inossidabile Giulio Lorenzetti attingiamo stringata e quasi notarile testificazione della sua presenza:” 26) Poderosa mole della ricchissima famiglia bolognese dei Grassi, ascritta nel 1718 al patriziato veneziano; eretta dall’architetto Giorgio Massari; è il più notevole esempio di architettura civile del XVIII secolo, di forme classicheggianti” (pag. 625 di “Venezia e il suo estuario”). Si fatica a rincorrere i cambi di proprietà che hanno cadenzato il passaggio di ere. Da quel momento di primogenitura è tutto un incalzare di rutilanti vicessitudini: con la caduta della Repubblica i Grassi — assimilando la loro sorte a ben più antiche stirpi veneziane — iniziano un declino che condurrà alla perdita del fortalizio in laguna. Nel 1840, i vecchi ducati veneti non circolano più: così, Spiridione Papadopoli, che opera per conto di una finanziaria, acquista il palazzo per 140mila lire austriache; le strutture ormai quasi centenarie vengono restaurate, e un affresco raffigurante l’unione tra Venezia e l’Austria si affianca al motto dei Grassi («Concordia res parvae crescunt; discordia etiam maximae dilabuntur»: nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia anche le più grandi vanno in rovina). Quattro anni dopo il celeberrimo cantante lirico Angelo Poggi compra il palazzo per 176mila lire e lo rivende subito per 240mila. Subentrerà all’ugola d’oro una famiglia austriaca, gli Schöfft, non meno abile.
Trasformato in albergo (prima «Imperatore d’Austria», poi «Hôtel de la Ville»), il palazzone trascorre appena un decennio di relativa pace, finché un nuovo acquirente, il barone Simeone de Sina, impone all’edificio nuovi e pesanti interventi. Ma è col nuovo secolo, e con nuovi padroni (gli Stucky, titolari del molino della Giudecca), che a Palazzo Grassi arrivano l’elettricità e addirittura un ascensore, inserito nel 1908. Nuovo periodo di turbolenza, poi l’acquisto da parte di una compagnia del gruppo Cini, quindi della Società Immobiliare Veneta, che ne fa nel 1949 la sede di un Centro internazionale delle arti e del costume. Inizia una stagione culturale (o almeno espositiva) che culminerà con l’arrivo, nel 1984, del gruppo Fiat. Sterilizzato e attrezzato a funzionale contenitore dal duo di architetti Aulenti-Foscari il Palazzo si avvia ad una sequela ininterrotta di esposizioni-evento, mostre-per-scolaresche: I Fenici, gli Etruschi, i Celti; e mega monografiche: Duchamp, Modigliani, Balthus. Con l’ultima antologica su Salvador Dalì si sfocia alla ritirata del gruppo Fiat e al fervido ambaradan in corso per aggiudicarsi un ingente fetta del Palazzo. Definitivamente sventato il tentativo di acquisto da parte di Terruzzi, re del Nichel di Bordighera, (agli inizi di febbraio sembrava avere in pugno un altissima percentuale). Sembra sia quasi definitivo l’accordo con il magnate francese François Pinault anche se non è detta l’ultima parola. Il Consiglio d’amministrazione ha dato il via libera all’accordo, rimandando però la ratifica della decisione al 29 aprile davanti all’assemblea dei soci, con il nuovo sindaco. The show must go on.
[ Pubblicato il 19 aprile 2005 ]
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