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Venezia – attrazione fatale
Solo residenze temporanee per nomadi megapolitani?

Interrogando i veneziani: “Qual è la città che vogliamo?” in molti segnalano argomenti che riguardano il problema della residenza/vivibilità/possibilità di viverci. Se questo è uno dei temi più sentiti da chi a Venezia vuole vivere, un tema che genera anche forti tensioni sociali e che s’intreccia con altre problematiche come il lavoro e la mobilità, occorre pensare/suggerire/agire per un cambiamento di rotta. La città non è solo un insieme di case, di residenze e di residenza, ma è anche luogo dei rapporti sociali e culturali, luogo delle economie, luogo dello svago e dell’apprendimento, in altri termini il luogo della vita di una comunità. Il tema della rendita, dei costi della locazione, condiziona fortemente il tema della residenzialità, rende insostenibile la sopravvivenza nel centro storico, e crea le condizioni per lo spopolamento che porta alla morte della comunità stessa. Il Borsino immobiliare di Confedilizia e le principali indagini di mercato svolte a livello nazionale (e internazionale) segnalano che Venezia la città dove è più costoso acquistare una casa: in media il costo a metro quadro è di circa 9.570 euro a fronte degli 8.000 euro di Roma e dei 7.570 euro di Milano.

Venezia è molto cambiata da quando Lord Byron nuotava in Canal Grande, o i nobili d’Europa (compresi tutti i paesi dell’Est) venivano a svernare a Venezia prendendo in affitto palazzi e appartamenti ai piani nobili dei palazzi, dove a volte trasferivano la residenza (come testimonia il Censimento del 1911). In passato se i patrizi veneziani decaduti (economicamente) dopo le occupazioni austriache hanno potuto sopravvivere e salvare le proprietà immobiliari, sicuramente è dovuto a una saggia politica di locazione che consentiva una rendita immediata e un vantaggio economico per le future generazioni.

Una scelta più lungimirante di quella perseguita dell’ultimo decennio da numerosi enti pubblici veneziani –comune compreso- che avrebbero potuto imboccare strade diverse, con un maggior respiro per i cittadini, soprattutto quelli a reddito medio che per primi sono stati costretti (o incentivati con contributi pubblici) ad abbandonare il centro insulare.

Amministrazioni che perseguivano l’obiettivo di sconfiggere l’emergenza abitativa per raggiungere il traguardo demografico dei 100.000 residenti, per ripopolare Venezia… sarebbe stato necessario un piano operativo e pragmatico che mettesse d’accordo pubblico e privato nell’incrementare non solo la permanenza dei “vecchi” abitanti ma innestasse nel tessuto cittadino nuovi germogli, giovani, entusiasti di abitare in un sito “speciale” con speciali connotati, creativi e non, portatori delle istanze dell’economia post-industriale, ecc.

Invece… sono riusciti a farsi una breccia nella giungla del mercato immobiliare più opaco, solo esercenti turistici senza troppi scrupoli al servizio di un viaggiatore sempre più frettoloso e consumista. Agli studenti universitari, che per trent’anni avevano costituito una fetta di mercato da sfruttare, sostitutiva delle quote di residenzialità più degradate, abbandonate dai veneziani alla ricerca di una casa “moderna”, non è rimasto che ritirarsi in buon ordine e trasformarsi in studenti mordi e fuggi, che rientrano a casa quotidianamente, lasciando quelle “topaie” alle trasformazioni turistiche. Ascoltando quel che sperimentano gli studenti si ha un’idea chiara delle difficoltà a fronte dei loro desiderata (si veda il blog Abitare a Venezia).

Bisogna, invece, aiutare questi giovani possibili futuri veneziani, perché sono gli unici già convinti che sia “più bello e creativo vivere a Venezia”, concetto che avevano ben chiaro non solo gli artisti, i poeti e i danzatori che decidevano di soggiornare per periodi lunghi e spesso di trasferirsi a Venezia nel corso dei secoli, ma soprattutto persone come Felicita Bevilacqua La Masa che non solo donò il palazzo di famiglia, Ca’ Pesaro, a beneficio dell’arte cittadina, ma contemporaneamente diede vita alla fondazione che prefigurava che la città fosse in grado di attrarre (e trattenere come nuovi cittadini) giovani artisti incentivati dall’offerta di studi e residenze (Palazzo Carminati a S.Stae). E tra i “suoi” autori agli inizi del ‘900 ricordiamo Boccioni, Casorati, Semeghini, Arturo Martini.

Il concetto della Bevilacqua è valido ancor oggi, se non s’insegna ai giovani ad amarla, questa città diventerà –lo sta già diventando- un’altra cosa rispetto a quella prefigurata negli scenari innovativi. Se l’idea di città: città della cultura, della conoscenza, dell’elevazione della coscienza e dello spirito non viene impiantata in un ambiente fertile, dove coltivare l’anima prima che il portafoglio è destinata a restare un titolo per una serie di convegni.

Venezia è cambiata da quando personaggi come lo scienziato russo Aleksandr Wolkov-Muromcev dopo aver sperimentato in lunghi soggiorni la vita a Venezia, nel 1880 decideva di convertire la sua “tessera di soggiorno per stranieri” in residenza per sé e tutta la sua famiglia (i figli imparano a vogare sul sandolo e a nuotare in Canal Grande), tanto che trascorrerà dipingendo il resto della sua esistenza (firmandosi Alexandre Roussof) o come il poeta D’Annunzio che nel corso dei lunghi soggiorni parlerà della “Venezia immaginifica” e del vivere inimitabile di/in questa città, “la città di vita del più devoto dei tuoi veneziani”. Una città amata dai poeti, da Byron a Ezra Pound: “Oh Dio quale grande bontà abbiamo compiuto in passato e scordata da donare a noi questa meraviglia” (retorico ma efficace per rappresentare l’afflato del neo-veneziano).

Eppure nascono ancora esperienze pioniere come quelle delle residenze per giovani artisti promosse dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, che ha allargato gli spazi espositivi e per gli atelier anche a Palazzetto Tito e nel chiostro dei SS.Cosma e Damiano alla Giudecca, così come la Fondazione Emily Harvey, le residenze per i giovani creativi della Spiazzi in Residence (spazi concessi sempre a giovani artisti da uno a sei mesi per residenza e creazione di opere ed eventi artistici) o le case degli artisti della Private Gallery (dove artisti vivono e lavorano in casa, aprendo al pubblico interessato alle loro opere tre volte la settimana). Non è meglio esporre anche in luoghi anomali, appartati, intimi come un alloggio, opere d’arte ispirate/create a Venezia, più che richiamare folle di turisti “culturali” a visitare collezioni prestigiose solo per il “marchio” che sponsorizzano o li supportano?

Da ultimo un’osservazione: dal Forte Marghera, Atelier d’artista (promossi dalla Galleria Italo-Slovena A+A) all’Isola di S.Servolo /Art Lab, alle zone veneziane del mercato di Rialto (sedi delle residenze e della Galleria volute dalla E.Harvey Foudation) possono germogliare mille fiori, artisti e studiosi pronti a vivere e non a consumare la città, portatori sani della contro-disneyzzazione.

Venezia non è solo un attrattore fortissimo per i miliardari che possono acquistare palazzi e piani nobili a 10-15.000 euro il mq, Venezia, non dovrebbe essere un tappeto di “top-end properties” (la definizione è dell’Herald Tribune, 15-4-2011) né “The city’s luxury market” del mondo, ma la vetrina della creatività, dove portare avanti ogni idea di città viva e simbolo di libertà di parola e pensiero (non a caso a Venezia ogni anno ritornano gli Incroci di Civiltà, incontri con gli scrittori internazionali promossi da Università Ca’ Foscari e Comune di Venezia).

Dovremmo provare a ricostruire i legami che la gente ha stretto con il suo territorio, scoprire insieme le risorse che affettivamente e razionalmente fanno sentire parte di essa, partendo dal valore del vivere qui che troppo spesso si dimentica.

Tra slogan sorpassati e richiami retorici e inascoltati a una politica pubblica per la residenza, non è forse più opportuno pensare ad agire, con un mix di pubblico (per gli indirizzi) e privato (mecenatismo realmente impegnato) proiettando progetti alla costruzione di un futuro giovane per la città?

[ Data di pubblicazione: 26 aprile 2011 ]

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