G. Sinopoli "Parsifal a Venezia", edizione del Consorzio Venezia Nuova 2001
Premessa. La prima cosa da fare per destreggiarsi in una città è trasformare un’immagine reale fatta di strade, piazze, case, chiese, palazzi, in un’immagine mentale fatta di linee parallele e perpendicolari o di cerchi concentrici. Una volta fatto questo piccolo passo ci si può muovere senza mappe, piantine, senza altre bussole che la propria immagine mentale. È così quasi dappertutto. A Venezia no. Chi volesse tentare di trasformare l’immagine reale in un’immagine mentale non potrà più basarsi su un sistema di linee o cerchi, ma dovrà mettere in campo tutte le proprie conoscenze, le suggestioni, i ricordi per tentare di decifrare un intrico inestricabile, un labirinto nel quale ritroverà gli archetipi della psiche e della coscienza, dell’inconscio e della cultura.
Questo libro. Ci proverà in questo libro Giuseppe Sinopoli, illustre direttore d’orchestra e cittadino veneziano, che una sera, dopo aver provato il Parsifal alla Fenice, si smarrisce tra calli e case e tenta di venire a capo di una città che sfugge da ogni astrazione. È un labirinto ed ogni labirinto ha un centro da cui partire. Nietzsche rimproverava a Wagner e al suo Parsifal proprio questo: avere un centro scoperto e riconoscibile, al quale tutti potevano far capo per risolvere l’opera, per questo troppo lontana dall’illuminazione del frammento, troppo razionalizzabile, troppo inattuale. E questo centro era la parabola della redenzione.
Sinopoli. Parsifal e Venezia. Parsifal e la redenzione. Venezia è l’incontro di acque e terre, è la presenza dell’acqua che dà la vita, del mare = ma(d)re, del suo bacio con la Madre Terra, della vicinanza degli elementi primordiali da cui si origina la vita. Ma l’acqua è anche morte, è - scrive Sinopoli - «il momento della “morte dell’acqua” eraclitea che diventa “terra”» (p. 63). Venezia è città del ritorno nel ventre materno, e di morte, e dalla madre poi di nuovo rinascita, come per la Fenice da cui ha inizio il cammino. Eppure la parabola vita-morte-resurrezione è la parabola di Cristo, del Cristo Redentore: e anche lì dalla morte nasceva la vita: «Dal sangue del Redentore caduto ai piedi della croce nascono piante ed erbe che guariscono le ferite; il loro effetto officinale è da collegarsi alle funzioni redentrici del sangue di Cristo che riscatta con la sua morte» (p. 34); e ancora: «Quando trafissero Cristo con la lancia nel costato, il sangue schizzò e spruzzò la veste della moglie di Pilato e si sparse dappertutto e allora lei corse a casa per smacchiare e lavare la veste; ma avendo timore di Pilato corse in una vigna sotto un pesco e zappò e seppellì la veste sotto terra e allora crebbe la vite carica di grappoli d’uva» (p. 61).
Io. Leggo, e mi sforzo di trasformare l’immagine reale di Venezia in un’immagine mentale. Mi accorgo che non si tratta di un sistema di linee ma al più di miti, di credenze, di immagini archetipiche. Eppure tra poco sarà la festa del Redentore, i veneziani la sentono, si stanno preparando: la festa ha un ruolo centrale per la città, è evidente. Eppure, mi dico, la chiesa del Redentore è alla Giudecca, come si può pensare che il centro della città, il centro del labirinto ne sia addirittura fuori? A meno che l’incontro tra acque e terre in ogni angolo della città non sia esso stesso un’immagine di redenzione e dunque il centro sarebbe dappertutto, in ogni luogo, e per questo è impossibile da trovare, per questo la città sfugge. Oppure si dovrebbe ipotizzare che il centro non sia nello spazio ma nel tempo, non sia un luogo ma un giorno, una festa, la festa del Redentore alla quale la città punta per tutto l’anno.
Sinopoli:
«L’iniziazione è avvenuta.
Il mistero può essere compreso.
Il tempo diventa spazio.» (p.103).
Io: Se il tempo diventa spazio un giorno può diventare il centro. La festa del Redentore può essere il centro reale della città, e per questo sfugge a molti che non sanno. Eppure, Sinopoli, non mi convince, non può essere soltanto questo, esiste anche un sistema di forze, una geometria, la doppia spirale del Canal Grande.
Sinopoli. La peregrinazione di Sinopoli prosegue e raggiunge un punto dove il senso sembra addensarsi improvvisamente, tutto sembra riempirsi di significato:
«Fondamenta dei Ormesini
Campo del Gheto Novo
Ponte dei Lustraferi
Ponte dei Servi
Rimasi impietrito: i primi due suoni di ogni nome, letti nell’ordine, davano OR-GHE-LU-SE: la donna della brama d’amore, della tentazione e del peccato, la Eva dei cavalieri del Graal»
Io. Parsifal, il Graal, la mitologia della redenzione converge, dunque, in questo punto, qui dove sta proprio il simbolo del peccato, la donna da redimere. Dalla parte opposta della città, sull’isola della Giudecca, il Redentore. Se pensassimo ad una linea che dal peccato va alla redenzione questa attraverserebbe tutta la città e passerebbe proprio sopra la “S” del Canal Grande, e proprio sopra il ponte di barche che ogni anno in occasione della festa viene costruito sul Canale della Giudecca. Dunque il centro spazio temporale di questa città sta nel binomio peccato-redenzione che ogni anno si concreta nella festa di luglio.
Lettore che la sa lunga. Ma Sinopoli non parlava propriamente di questo, altre e più complesse linee attraversavano Venezia, altri centri, altre spirali.
Io. Ma, caro lettore, Venezia è di tutti, e di sicuro di Centri non ce n’è uno solo: a ciascuno il suo.