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Percorsi letterari a Venezia
L’ultima confessione di Tintoretto

La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) è l’ultimo libro di Melania G. Mazzucco; il tempo del racconto è il periodo finale della vita di Jacopo Robusti, il grande pittore veneziano Tintoretto, incluso tra due cornici, Exitus: l’inizio della febbre e il rapido decorso verso la morte. Il presente doloroso dell’io narrante, che coincide col pittore stesso, è scandito giorno per giorno nei titoli dei 15 capitoli che compongono l’opera e dall’invocazione a Dio, sovente ripetuta nella rievocazione della sua vita. Nell’ombra ed oscurità segnalata già nell’incipit: ““Si è fatto buio. La tenda è tirata, i lumi devono essere accesi”, balugina ed esplode la memoria dell’esistenza del pittore, una confessione senza abbellimenti e lusinghe, il ritratto di un uomo geniale, bugiardo e imbroglione, dominato dall’ambizione e dalla passione. L’opera è un romanzo storico, frutto di una lunga ricerca archivistica: anche i personaggi minori sono derivati da una ricostruzione attenta delle fonti. Verrà pubblicata a breve, della stessa autrice, la biografia documentaria su Tintoretto. Numerosi i temi di fondo di quest’opera, tra questi l’analisi del variegato mondo femminile, dall’esistenza difficile, testimoniata da tutte le protagoniste. Segnaliamo la semplicità, la dedizione della giovane moglie Faustina, dalla quale Iacopo ebbe sette figli, il collante di tutta la famiglia, spumeggiante come il vino bianco, lontanissima dal mondo artistico, dalle scelte anche educative di Iacopo nei confronti della figlia naturale, tuttavia, senza Faustina nulla sarebbe stato possibile.

Significativa la storia della tedesca Cordelia, figlia di un tipografo, rifugiatasi dopo la morte del padre a Venezia, centro della tipografia mondiale, di fatto cortigiana nella città lagunare, dalla quale Tintoretto avrà la prediletta figlia maggiore Marietta. Cordelia morirà di sifilide, sola, alla Misericordia, facendo credere di essere ritornata in patria, lasciando la piccola al padre. Altra meretrice di cui si seguono le tracce la povera Adriana, morta annegata, per la cui morte lo stesso Jacopo si sentirà colpevole. Non possiamo dimenticare il percorso delle figlie nate dal matrimonio con Faustina, destinate al convento di sant’Anna ancora bimbe, per sottrarle, dichiara il padre, alla dura vita loro riservata, impossibilitate a seguire i loro sogni e in taluni casi nemmeno a formularli.

Personaggio centrale del romanzo è Marietta, la figlia naturale e amatissima, che rivediamo bambina vestita da garzone con pantaloni e cappelli corti nella bottega del padre, dove resterà per oltre quindici anni. Scintilla lo segue ovunque nelle sue commissioni ed imprese, nei corridoi di Palazzo Ducale, come nella Scuola di San Rocco o al macello per noleggiare un cavallo. Costruirà un carattere forte, volitivo, diverrà un’artista ricercata in molte corti europee, anche se non lascerà mai Venezia.

Imparerà a dipingere prima che a scrivere, con il pennello e non con la matita; maturerà una libertà ed una coscienza della condizione femminile a Venezia, ma anche una grazia gentile e una vivacità. Vivrà un rapporto d’amore assoluto per il padre, desiderosa di volere assolutamente il suo bene, la sua gloria e attenzione, il padre nei suoi confronti è dominato da un’ossessione e per controbattere i pettegolezzi e legare maggiormente la figlia la inviterà a sposarsi.

Un altro tema è quello delle paternità differenziate, del destino e delle riflessioni sui figli, visti come cera da modellare, pagine bianche, tele grezze, oppure, si chiede l’artista, “gocce di pioggia sul vetro di una finestra, che vengono dalla stessa nuvola, e scivolano giù ciascuno nella sua direzione” [1]. Per il lettino di Marietta, Jacopo aveva tinto egli stesso delle lenzuola di seta, creato dei giocattoli, nella foggia di tanti piccoli animali di cera, tra i quali l’amato cammello. Tintoretto non avrà più questa dedizione con gli altri sette tra figli e figlie. Tra i figli, solo il buon Dominico, suo erede artistico, è rimasto accanto al vecchio padre malato. Zuane, il sognatore e cercatore di unicorni, era morto giovane, lontano, in fuga da casa, in condizioni poco chiare.

L’amata Marietta era altresì morta, lasciando in Tintoretto un vuoto incolmabile, preceduta qualche tempo prima dal piccolo nipote Iacometto; le altre figlie femmine erano in convento, infine il figlio Marco, lo scapestrato, il baro, giungerà a casa il 31 maggio 1594. Quindicesimo giorno di febbre in conclusione del romanzo e il grande pittore morirà tra le sue braccia. Numerose sono lungo il romanzo le riflessioni estetiche e l’analisi del difficile e contrastato percorso artistico di Tintoretto: il suo rapporto difficile con Tiziano, l’amore per Michelangelo, la sua formazione da autodidatta, rubando qua e là dai singoli artisti. Niente è stato facile per il figlio del tintore di panni, si è sempre sentito straniero nella cerchia degli artisti, che popolavano la sua città. Anche alla fine, nonostante il successo ottenuto, i 650 teleri dipinti, Tintoretto fa emergere le sue mancanze, ciò che non ha raggiunto, quello che non ha fatto per i figli e la famiglia, la vanità di tutto il suo frenetico agire.

La seconda parte del Cinquecento veneziano è lo scenario presente e ricordato: la paura della guerra e la vittoria sui Turchi a Lepanto, le feste per l’evento, il dramma angoscioso della peste con le sue immagini cupe, la laguna è descritta come una palude spettrale ove ardono immensi falò, navi, imbarcazioni sono trasformate in lazzaretti. Riecheggia il racconto manzoniano nel percorso affannoso di Jacopo alla ricerca di un farmacista, da un capo all’altro della città assediata dalla peste. Venezia è in gran parte deserta, salvo il quartiere di San Nicolò dei Mendicoli abitato da pescatori, troppo poveri per fuggire lontano. Alla fine di agosto muore di peste il grande Tiziano, e subito dopo, quando tutto sembrava fortunatamente concluso brucia Palazzo Ducale, insieme alle opere di grandi artisti, tra cui Il Giudizio Universale e La battaglia di Lepanto di Tintoretto.

I personaggi del romanzo si muovono in uno sfondo caratterizzato inoltre da momenti di festa, come la corsa dei tori a San Felice, l’arrivo degli ambasciatori giapponesi e il rito conviviale a base di pesce organizzato su una barca in mare. Una volta letto il libro si è pervasi dal desiderio di un percorso a Venezia, alla ricerca di alcune opere di Tintoretto, seguendo le suggestioni del romanzo.

Il punto di partenza è Cannaregio, nel suo lembo estremo, il Sestiere dove il padre di Jacopo aveva il suo laboratorio di tintore, le stoffe colorate stese ad asciugare in questo lembo di terra affacciato alla laguna nord, sono state le vele del vascello del desiderio del pittore bambino, il luogo dove si è forgiata la sua ispirazione artistica. Soffermiamoci nella parrocchia della Madonna dell’Orto sul palazzetto dove Iacopo ha vissuto con i suoi figli e dove è morto, con l’altorilievo d’epoca romana raffigurante Ercole da lui stesso scelto, ammiriamo Palazzo del Cammello, dove era collocato per un periodo un suo laboratorio. Il percorso conduce inevitabilmente alla vicina chiesa della Madonna dell’Orto ove si possono contemplare le portelle esterne dell’antico organo dove la sua Scintilla, bambina esile e bionda, è dipinta come Maria, mentre sale la ripida scala che la porta al Tempio, con un vestito chiaro punteggiato di polvere d’oro.

Un altro percorso deve essere fatto a Dorsoduro: nella chiesa di San Trovaso, nella cappella del committente Milledonne, ove possiamo ammirare La tentazione di Sant’Antonio, in parte rifatta a causa dell’incendio della casa provocato dal figlio Marco. Nell’immagine del santo appare l’inquietante figura dell’artista, attratto dal corpo femminile con le fattezze di Marietta. Nelle vicine gallerie dell’Accademia sono conservate alcune tele del ciclo di San Marco per la scuola omonima. Soprattutto la Scuola di San Rocco esige una sosta prolungata, è qui raccolta la summa di questo artista, un lavoro immenso. Era con una Marietta molto giovane, quando di notte pose il suo quadro nel soffitto per vincere la commissione. Tintoretto lavorerà alla Scuola per un periodo lunghissimo, tralasciando affetti ed energie. Altri percorsi si potrebbero fare a San Marco: alla Biblioteca Marciana e al Palazzo Patriarcale per rivedere il ciclo di Santa Caterina, un tempo nella chiesa omonima, per il quale lavorò la figlia.

Terminiamo il nostro percorso a San Giorgio Maggiore davanti La Deposizione nel sepolcro, l’ultima opera dell’artista, iniziata e finita per Marietta, un dialogo con i figli morti. Jacopo la farà imballare e dopo un rinvio del trasloco per il malessere sopravvenuto, la porterà in isola: sarà l’ultima uscita in laguna di Tintoretto, in una mattina di afa il 21 maggio 1594.

Ci mancano in questo percorso le opere della figlia, l’io narrante del romanzo dice che Marietta amava soprattutto i ritratti, alcuni dei quali già noti ai contemporanei sono andati perduti, altri sono ora riconosciuti dalla critica come opera di Marietta, ma a Venezia sembra non sia rimasto nulla, tutto parla del padre.

[1] Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo, Rizzoli, Milano, 2008, p. 238

[ Data di pubblicazione: 27 aprile 2009 ]
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