![]() ![]() Nono - Vedova Diario di bordo
Da "Intolleranza ’60" a "Prometeo" la mostra allestita alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice
Disegni originali, lettere, spartiti, studi, bozzetti; materiali eterogenei che testimoniano del duraturo e fertilissimo sodalizio di idee e progetti che ci fu tra il compositore veneziano Luigi Nono e il pittore Emilio Vedova. Dopo una prima tappa a Roma, al Festival Abbado agli inizi di ottobre all’Accademia nazionale di Santa Cecilia, le sale Apollinee del Teatro la Fenice ospiteranno la mostra Vedova/Nono-Diario di bordo, da "Intolleranza ’60" a "Prometeo". L’esposizione è promossa dalla Fondazione Venezia e curata da Stefano Cecchetto in collaborazione con Daniela Ferretti. La ricerca di Gigi Nono è costellata da continui e illuminanti incontri che, quando potenti, si rivelano vere e proprie scariche elettriche di ispirazione e movimento nell’avanzare della sua ricerca sempre sottoposta al dubbio e pronta al contagio. Si può immaginare quanto la rutilante energia solare di Vedova abbia potuto interferire nel periodo in cui Nono rifletteva sul rapporto tra suono e colore approfondito sulla base di studi serrati sulle varie teorie del colore da Goethe alla Bauhaus, alle avanguardie russe del primo novecento. Emilio Vedova parla di misteriosissimi "plurimi": "Nati come armi dinamiche, di un segno aggressivo che non poteva più rimanere nella posizione statica (…) gestualità che aveva bisogno di farsi corpo in un suo spazio, articolare, tentacolare, diventa corpo aggressivo, provocatore". Gettito urgente che si fa libera espressione concretizzandosi nell’opera di Nono "Intolerance ’60"; multipli che si manifestano sottoforma di superfici rotte, improvvise apparizioni che avvolgono lo spettatore in un’onda cinetica facendolo partecipare. Le peripla e si accanisce a darne corpo Vedova dicendole anti-illustrative, alfabeti del nostro tempo invece, compenetrati, agiti assieme e contrastanti allo stesso tempo. Spazio complesso e dell’ascolto multiplo che si protrae fino agli anni ’80 con la titanica impresa del "Prometeo", la tragedia dell’ascolto. "Dobbiamo continuare a cercare, a vagare, ad andare avanti; andiamo come sull’acqua, senza una via. Avendo per motto "forse" (Luigi Nono a proposito del Prometeo). Alla base del "Prometeo" ci sono le lunghe conversazioni con Massimo Cacciari, conversazioni in cui "tutto si evolveva continuamente"è lo stesso Nono a darcene notizia nell’intervista concessa a Enzo Restagno alla fine degli annni ’80: "l’idea originale fu quella di concepire l’opera come un arcipelago formato da tante isole. Non scene dunque, ma isole, sicchè il cosidetto percorso dell’"opera" si sarebbe configurato come una navigazione vagante fra queste isole". È Cacciari a ricordare: "abbiamo trasformato i testi infinite volte; li abbiamo spezzati, divisi, accostati con infinita "cura". Una consistente parte visiva era nell’idea iniziale, il problema della luce-colore ha rappresentato uno degli scogli decisivi verso Prometeo. Ci furono molti incontri e discussioni tra Nono e Vedova dedicati all’esame delle varie possibilità per trovare una relazione tra suono e colore che non fosse meccanica: "Con Vedova pensammo alle lastre e ad un tipo di proiezione ondulata, in movimento. Ci mostrò delle lastre splendide che aveva preparato in una vetreria di Murano per l’esposizione mondiale di Montreal". L’architetto Renzo Piano si sarebbe occupato dell’allestimento nella chiesa sconsacrata di San Lorenzo per cercare di progettare il progettabile "non soluzioni ma tante possibilità come navigazioni da trovare con le stelle e con il profondo mare" (da una lettera di Nono a Renzo Piano). L’impianto generale è immaginato come un’arca, un gigante ventre di balena in scomposizione: "Il luogo-strumento del Prometeo appare quasi come una nave, non finita, una nave in cantiere, non uno spazio perfetto e irremovibile". [ Pubblicato il 13 dicembre 2005 ]
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