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Metamorfosi in laguna
Venezia, il melting pot tra vecchia industria e spinte tecnologiche

È fantasmagorico starsene seduti in Piazza San Marco e vedersi sfilare davanti una nave da crociera con il suo fumaiolo che sovrastano il mitico campanile. Appare il fantasma della Venezia declinante da conservare e l’allegoria ipermoderna del turismo globale che attracca, visita, mangia e fugge. Molti si fanno prendere dalla nostalgia. Dimenticando che 15 anni fa il porto di Venezia era un fantasma. Oggi è il terzo porto italiano, il primo del Mediterraneo per le crociere con un milione e mezzo di croceristi l’anno che partono e arrivano a Venezia. Splendidamente riprogettato e ampliato, ha problemi di crescita e di espansione sia per rotte e scali che per traffico. Ci si atterra sorvolando le ciminiere e gli impianti di Porto Marghera. Il loro futuro divide, come divide la nave da crociera sullo sfondo di Piazza San Marco, tra nostalgici di un fordismo della chimica che non c’è più, i sognatori di un prato verde in laguna al di là da venire.

La metamorfosi

La realtà costringe a un melting pot postfordista: un po’ di chimica fine dell’Eni che rimane, come resta la Fiat a Mirafiori, un po’ tante imprese ad alto valore tecnologico e di ricerca, ed ampi spazi dismessi per una piattaforma logistica per l’area del Nord Est. È impensabile una transizione che faccia riapparire i 32mila addetti di un tempo. Marghera, tra il ’65 e il ’95, ha perso 20mila addetti. Era un continuo rincorrere le crisi e le dimensioni delle partecipazioni statali e dei privati. L’inversione di tendenza si vede nel parco scientifico e tecnologico. Nell’area gestita dalla società Vega, costituita da alcune aziende storiche del polo chimico, dalle due università e dagli enti locali, operano più di 150 aziende attive nelle telecomunicazioni, nella produzione di nuovi materiali, nelle biotecnologie e nelle tecnologie ambientali. Un operatore privato ha rilevato una grande area destinandola a un polo per la produzione musicale e multimediale. La metamorfosi continua con l’insediamento del Consorzio Hydrogen per la sperimentazione dell’impiego dell’idrogeno in un contesto segnato un tempo dalla chimica pesante e dal Consorzio logistica Venezia-Treviso embrione quella piattaforma che può contare sui porti di Venezia e Chioggia, su tre interporti e su un aeroporto.

Da Mestre all’Arsenale

Cambia anche la città fabbrica Mestre il suo destino di specchio opaco della rilucente Venezia. Il centro storico è stato ristrutturato ed è sempre più sede di eventi e manifestazioni culturali. Sorgono grandi alberghi che sfruttano e vivono della contiguità con Venezia. In via Torino si è insediata l’università in Terraferma, il parco di San Giuliano e il bosco di Mestre ne fanno una città con una percentuale di verde da Nord Europa. Chi ha nostalgia elitaria non se n’è accorto, ma anche Venezia è cambiata. All’Arsenale, dove si fabbricavano le galere della Serenissima, erano rimasti solo un po’ di militari che, come nel deserto dei Tartari, presidiavano il declino della Dominante. Oggi gli spazi sono utilizzati dalla Biennale, da scuola e per il restauro, da laboratori del Cnr e dal consorzio ipertecnologico Thetis. Sull’isola di San Servolo, una volta sede di un ospedale psichiatrico, è nata per iniziativa dell’università una scuola di eccellenza internazionale con due indirizzi formativi: lo sviluppo sostenibile, insegnato soprattutto ai paesi dell’Est e alla Cina, e il portare nel mondo con accordi con università prestigiose, come l’americano Mit in America, il modello del nostro capitalismo dei distretti e delle piccole e medie imprese.

Lavorare con il mondo

A San Servolo sono stati già formati più di 2mila cinesi, con l’università di Shanghai si è aperto un programma di scambi sul tema delle piccole e medie imprese e del design. L’animatore di questa rete di sapevi, Stefano Micelli che ha recentemente scritto un libro sui nuovi distretti produttivi e il tema dell’internazionalizzazione e della competitività, spiega che questo lavorare nel mondo produce identità sul territorio. A San Servolo si riuniscono per scambiare saperi e esperienze di due comunità di nuove professioni, Treviso Designers e il Club Bit. Venezia è una città leader delle manifestazioni culturali. Il rapporto annuale della Fondazione di Venezia ci dice che nel 2005 si sono svolti in laguna 36 eventi al giorno. Duemila eventi l’anno che danno lavoro a più di 3mila addetti, il 63,5% è impiegato a tempo indeterminato. Venezia è un laboratorio di nuova composizione sociale e di nuove professioni. In lagune creativi e a Mestre migliaia di partite iva nell’economia diffusa del Nord Est. Per questo Cacciari vi vuol fare la Casa delle nuove professioni.

Il vero motore

Questi fenomeni innovativi non possono prescindere dal motore vero di Venezia: il turismo, calamitato dal suo essere un parco a tema storico, unico e irripetibile. È una filiera produttiva basata su 20 milioni di utenti-clienti l’anno. Di questi, 8 milioni pernottano a Venezia. Producono un fatturato che si aggira attorno ai tre miliardi di euro l’anno. Numeri destinati a salire visto che recentemente cinesi sono aumentati del 40%, così gli indiani e così i russi. Ogni giorno Venezia si deve inventare il modo per tenere assieme quattro città che stanno in una. Queste sono i 200mila residenti sulla Terraferma, gli 80mila delle isole, gli 80mila turisti e più o meno 50 mila pendolari e studenti. Non potendo usufruire di tasse di scopo il Comune dovrebbe tassare quelli di Mestre per mantenere i servizi e il motore produttivo del parco a tema che è Venezia. Giustamente Cacciari non lo vuole fare. Da questo gioco a somma zero se ne esce solo prendendo atto che Venezia è, insieme a Firenze e a Roma, una città porta del sistema-Paese nel turismo globale. I tre sindaci si sono incontrati e chiedono che venga riconosciuta questa specificità strategica delle tre città mondo che ci rappresentano nella competizione globale.

[ Data di pubblicazione: 5 dicembre 2006 ]

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