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MONSIGNORE, IL CATALOGO DELLE VENDITE E’ QUESTO
(CRONACA DI UNA GRANDE RAZZIA)

Il Settecento è l’ultimo secolo in cui Venezia riesce ancora ad essere grande: «La più grande tra tutte le città-stato italiane», sostiene Michael Levey (in La pittura a Venezia nel Settecento, Milano, Leonardo, 1996). Anche se, quantunque Goethe la chiami ancora così, non è più La Dominante: ormai, già perdute gran parte delle terre conquistate; i mercati, davvero non più floridi come una volta, poiché la città ha smesso di arbitrare i commerci tra Oriente e Occidente; le alleanze assai meno pregnanti e risolutive; anzi, la sua autonomia è affidata soprattutto alla propria neutralità, se non perfino alla benevolenza, o al disinteresse, delle maggiori potenze.

Per la Venezia delle collezioni d’arte, quel tempo è assai pernicioso: tale è l’offerta d’arte, che «si vendeva a poco prezzo; anzi, sappiamo perfino di dipinti riportati a tela grezza, e quindi ceduti a quel valore, per non inflazionare troppo il mercato», dice la soprintendente Giovanna Nepi Sciré; nel 1795, proprio Sasso racconta il destino di una pala di Paolo Veronese: «assai macchinosa», cioé ingombrante, non trova acquirenti; così, è tagliata: per 500 zecchini, un colonnello inglese rileva la parte superiore, un Cristo morto; mentre Gavin Hamilton, e, per 250 zecchini, un terzo inglese, si dividono la parte inferiore: «Così fu venduta a quarti, come si fa della carne da macello».

[ Pubblicato il 2 luglio 2004 ]

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