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MIGRO-POLIS
Venezia / Rappresentazione/ Atlante di una situazione globale

Risale alla fine degli anni Ottanta l’ingresso a Venezia di massicci afflussi di due figure archetipe e idealtipiche dell’immigrazione extracomunitaria dai paesi dell’Est e del Sud del mondo: i “vu cumprà” e le “badanti”, accettati inizialmente come fenomeni delimitati, transitori e/o folkloristici.
Man mano che le dimensioni del fenomeno aumentavano, con ondate successive di arrivi, leggi per la regolarizzazione di quanti potevano dimostrare di aver acquisito lo status di lavoratore, nuovi ingressi e nuove sanatorie, la tolleranza dei cittadini diminuiva.
Gli uffici comunali del Servizio Immigrazione e Promozione dei Diritti di Cittadinanza del Comune di Venezia hanno svolto, da subito, un’azione meritevole di sostegno all’integrazione, fino a gestire una massa critica di oltre 24.000 immigrati oggi cittadini residenti a Venezia a tutti gli effetti, inseriti nel contesto urbano, cui vanno ad aggiungersi altre migliaia di immigrati residenti nei comuni dell’hinterland metropolitano che gravitano – per motivi di lavoro – soprattutto sulla Venezia insulare. Un solo dato può rappresentare con evidenza questa nuova realtà: un bambino su due nato da coppie di extracomunitari che vivono a Venezia e Mestre è nato in città.
Ma dai 24.000 residenti una recente indagine Caritas/Coses arriva a stimare complessivamente a circa 35mila gli immigrati che vivono nel Comune di Venezia, dei quali oltre il 60% è composto da residenti, più del 17% da regolari ma non residenti e il 18% da irregolari.

Le ondate migratorie sono state progressive e finora si sono rivelate inarrestabili: il 27,4% degli “extracomunitari” è entrato in Italia prima del 2000, il 31,5% dal 2000 al 2002, il 41,1% dopo il 2002.

Per quanto riguarda il titolo di studio, Venezia conta il 19,8% di immigrati con una laurea o un diploma universitario, il 35,6% con un diploma di scuola superiore, il 39,3% con la scuola dell’obbligo, il 5,3% con nessun titolo formale.
Ma il titolo di studio, anche elevato, non incide sulla tipologia di lavoro e la totalità degli immigrati fa un lavoro che non ha nessuna attinenza con il percorso scolastico portato a termine nel Paese natale (Caritas-Migrantes, Dossier statistico 2009,S. Bragato, Coses, 2009).

Interessante è il dato sulla tipologia di alloggio: nel Comune di Venezia l’11% dei cittadini immigrati ha una casa di proprietà (quindi ha un lavoro stabile e ha fatto la scelta di restare, forse per sempre, in questa città), il 58,9 vive in affitto, il 7,3% è ospite presso qualche parente o conoscente, ben il 15,5% vive nello stesso luogo in cui lavora, mentre il 3,2% è senza stabile dimora.

Questi sono i pre-requisiti, la base da cui partire per poter interpretare il fenomeno Migro-Polis: la Venezia che concentra oltre il 38% del totale degli immigrati presenti in provincia è la città degli immigrati? O i migranti contribuiscono a ri-costituire un tessuto demografico giovane, mediamente più istruito della popolazione che ha abbandonato parti di città? Migranti e Polis sono due termini non antitetici oppure il fenomeno dei nuovi ingressi ha contribuito ad accelerare l’esodo? Se Venezia, dopo le pestilenze, le guerre, solo grazie all’immigrazione ha potuto risorgere demograficamente, oggi ha avuto la fortuna di attrarre, grazie ai mille impieghi (regolari e non) collegati al turismo, nuovi flussi che sostituivano i “vuoti” lasciati dal bilancio demografico (nati-morti / emigrati-immigrati) negativo sia nella città storica che nei quartieri centrali di Mestre. “Migropolis” è, inoltre, il titolo di una mostra (e del relativo catalogo) prodotta dalla Fondazione Bevilacqua La Masa che si è svolta – non casualmente – nella sede espositiva di Piazza S.Marco, da ottobre a dicembre 2009.

La mostra è nata da una ricerca avviata nel 2006 da Wolfgang Scheppe come esperienza didattica per gli studenti del Corso di Laurea specialistica in Comunicazioni visive e multimediali dell’Università IUAV di Venezia provenienti da numerosi paesi stranieri, con l’idea di studiare i gruppi di migranti e di tracciarne i percorsi sul territorio della città lagunare e tentando di restituire figurativamente la complessità del fenomeno. Migropolis, dunque, ha esplorato la dinamica della globalizzazione attraverso il caso - Venezia: mille immagini “non-da-cartolina” e molte statistiche inconsuete componevano un’indagine minuziosa di un territorio urbano delimitato al centro insulare.

Possiamo affermare con decisione che la ricerca basata sul progetto coordinato da Wolfgang Scheppe ha contribuito a porre in modo stringente la sfida del futuro di Venezia: una città minacciata da fenomeni di declino demografico e spopolamento residenziale che appaiono irreversibili, e da una mercificazione selvaggia del suo patrimonio artistico ad uso e consumo di enormi flussi turistici.

La mostra ha coinvolto tre categorie di entità migratorie riscontrate nell’area urbana veneziana.
La prima riguarda la migrazione come campo di un conflitto socio-economico dove si incontrano due forme di mobilità, una basata sul benessere, l’altra sulla povertà, che si materializzano da una parte nel flusso dei turisti, dall’altra nella presenza di immigrati legali, ma soprattutto illegali.
La seconda ha considerato la migrazione di merci, prodotti e servizi come risultato della liberalizzazione e della deregolamentazione del commercio internazionale, del movimento di capitali e dell’integrazione dei mercati finanziari.
La terza categoria ha analizzato la “migrazione” dell’immagine, come si può osservare nella distribuzione globale, nella dislocazione e nello spostamento all’interno della Venezia storica.

Il mito turistico di Venezia si traduce in masse di persone in movimento, cumuli di denaro, piccoli e grandi, anch’essi in transito secondo una vocazione commerciale che cerca nuove modalità del viaggio: da quello fatto per consumo a quello fatto per puro amore, a quello con una motivazione culturale più o meno vaga: visita alla Biennale, ai musei, ai monumenti, partecipazione a convegni universitari, pellegrinaggi tra le pale d’altare nelle chiese e così via.
La città si mostra nei suoi drammatici opposti, tra ricchezza e miseria, turismo insostenibile e fuga degli abitanti.

L’area metropolitana di una delle città maggiormente spettacolarizzate del mondo dovrà, dunque, essere ulteriormente indagata -a partire dal lavoro di Scheppe e del suo gruppo di studenti- come paradigma urbano, complesso e paradossale, in quanto esposto eccezionalmente al cambiamento dovuto alla connettività mondiale e all’interdipendenza dei valori predominanti dell’economia e della cultura in una società in cui l’immagine mediatica esercita un’egemonia quasi assoluta.

L’analisi delle tracce di varie forme di migrazione registrate nel suo contesto si è basato principalmente su quattro strumenti di indagine: sistemi notazionali per mostrare dati statistici, mappe e cartografie per tracciare i percorsi di movimento delle merci e delle persone, fotografia di soggetti e ambienti per mostrare dati qualitativi e case studies, e infine una rielaborazione grafica per rappresentare analisi psicogeografiche del territorio in questione.

È questo un primo passo verso una rappresentazione non solo visiva del fenomeno delle migrazioni del XX secolo, l’inizio di un lavoro che dovrebbe divenire sforzo interdisciplinare di approfondimento delle analisi per poter sviluppare anche finalità progettuali per la soluzione dei principali problemi evidenziati: la precarietà dell’abitare (spazi residenziali per immigrati=quelli residuali rispetto a tutte le altre categorie sociali) e del lavorare (basti pensare alla guerriglia guardie-ladri fra le forze dell’ordine ed i “vu cumprà”, con relative fughe tra la folla dei turisti, incidenti e reazioni a catena contro chi rappresenta solo l’ultimo anello di una catena di sfruttamento).

I dati che corredano la ricerca (cfr. Catalogo Migropolis), spesso preoccupanti, sono l’anamnesi e la diagnosi. Ma il metodo con cui Wolfgang Sheppe ha condotto il lavoro rappresenta anche una possibile terapia, forse la sola possibile.

Scrive Angela Vettese, Presidente Fondazione Bevilacqua La Masa, nella premessa al catalogo: “Venezia potrebbe usare il suo immenso potenziale simbolico, internazionale e globale per vocazione, diventando o piuttosto ritornando ad essere un incubatore di attività del conoscere. La città ha nello sviluppo delle attività culturali l’unico antidoto al soffocamento da turismo. È inutile lagnarsi che le famiglie residenti diminuiscano, che il sito cambi natura, che il modo di stendere i panni tra i palazzi delle calli di Castello, vada perdendosi irrimediabilmente. Si possono guadagnare altre cose. Se solo si prova a credere che la trasformazione di un luogo, soprattutto di questo luogo in questo tempo, non significa affatto la sua morte ma piuttosto un’occasione di rinascita. (…) Occorre dimostrare che Venezia non è una zeropoli (l’espressione è di Bruce Bégout) uguale a Las Vegas, non è un posto la cui storia si è riversata in un’apparenza totale, quasi un teatro delle ombre, come un turismo sciatto e consumistico può indurre a credere”.

Venezia, con una storia millenaria di città dell’accoglienza dei rifugiati del mondo, attraverso l’effetto migro-polis può avere nuova linfa – non tanto numericamente ma strutturalmente – per ripartire.

[ Data di pubblicazione: 14 gennaio 2010 ]
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