Al museo Correr una sterminata monografica dedicata a Freud, a cinquant’anni dalla prima mostra a Venezia
La figura di una giovane donna accucciata afferra la gamba di un uomo non più giovane, intento a dipingere tra lo specchio e il cavalletto:”the painter is surprised by a naked admirer”. L’ultimo quadro in mostra. Tra gli ultimi dipinti da Lucian Freud. Si autoritrae fuoriscala rispetto alle dimensioni della donna, fa uso di un’insolita distanza: “è una fase nuova del suo dipingere. Lucian adesso ha ottantatre anni, una diversa distanza dalle cose, come a rendere palpabile il tempo trascorso”-Bill Feaver parla di lui con tenerezza ed estrema attenzione, lo conosce bene, fa parte di una ristretta cerchia di persone che frequentano assiduamente la casa del pittore a Notthing Hill ed è il curatore di questa sterminata monografica dedicata a Freud, a cinquant’anni dalla prima mostra a Venezia. Oltre novanta opere, molte esposte al pubblico per la prima volta ( settantacinque dipinti e sedici acqueforti) provenienti da collezioni europee e americane - tra cui il celebre ritratto della Regina d’Inghilterra, prestato eccezionalmente dalla cancellerie.....
La durata dell’avventura pittorica di Freud è dominata dal ritratto. Una sua sentenza:”tutto è autobiografico. E tutto è ritratto”.
Feaver assicura sia dotato di un fiuto infallibile per le persone che deve ritrarre. Simile a un segugio Freud insegue, bracca, costringe a sedute interminabili, a volte in piedi, il più delle volte in posizioni supine, arrendevoli. Lavora in due studi che distano l’uno dall’altro mezzo miglio sottoponendosi a estenuanti pose diurne e notturne, con rare interruzioni per mangiare:”il fatto di aver finito un quadro mi dà uno strano senso di insoddisfazione…”.
Le sue fgure sono corpi impietosamente trasferiti su tela in cruda verità. Sedute sulla sedia, coricate sul letto, non attendono, né rappresentano. Il contorno è una membrana che non separa la carne dall’ambiente in cui sprofonda. Carni nude e bastanti a sé stesse. Inviolabili colloqui tra chi si espone al ritratto e chi dipinge:”Lucian dice di non voler dipingere persone che non possiedano una loro vita interiore”. Colpiscono certi contatti fisici quasi inavvertiti tra due corpi stesi su uno stesso letto che a stento li contiene. Accenni ad una forma di pietas anteriore, creaturale, forse originaria. Corpi inermi, esposti, arrendevoli nella loro oscenità. Molte le figure giacenti a condividere angusti spazi con un cane. La presenza di un cane è una costante “Lucian me ne ha regalati due di razza “whipped”. Sono cani particolari, con la pelle sottile e spessa. Sono molto affettuosi, dormono con te, si riesce a stabilire un’affinità; e poi sono facili da ritrarre per il fatto che dormono molto”.
Miriadi i ritratti esposti. I soggetti alternano e ricorrono negli anni. Attraversati senza indugiare su nessuno in particolare appaiono come devono essere, nella loro intima necessità.
Coesistono nella stessa parete il volto di un ragazzo che non appare troppo pensante, l’amico David Hockney, la regina d’inghilterra, ritratti in pura equanimità. Molti primi piani, figure isolate in fondali di sola pittura. Poi ritagli di interno, dove aliena la figura in angolazioni estranianti: un letto sghembo, una sedia, figure umane allagano il legno del parquet, sezioni di finestra.
Enormi corpi nudi come pozzanghere di carne in evidenza di vene, correnti arteriose, escrescenze epidermiche, clavicole in rilievo, respiranti, capelli untuosi e sottili. Pingui carni rosate, di quella speciale consistenza anglosassone che imporpora facilmente, per bianchezza e assenza di sole, quasi asfittica. Le ossa sono solo struttura spaziale, la carne piena predomina.
Sembra attinente quanto il filosofo francese Gilles Deleuze osservava nelle figure di Francis Bacon:”il corpo si manifesta soltanto quando viene meno il sostegno delle ossa, quando la carne non ricopre più le ossa, quando carne e ossa esitono l’una per le altre, ciascuna però per suo conto, le ossa come struttura materiale del corpo, la carne come materiale corporale della figura”
(F.Bacon, “logica della sensazione”, Quodlibet 1996)
Quando Freud intitola gli autoritratti accosta quasi sempre la voce “reflection”. Uno degli ultimi: lui nudo a grandezza naturale, a settant’anni, con scarponcini senza lacci, in piedi davanti ad uno specchio intento a cogliersi; il timbro livido-vibrante dei primissimi lavori. Di tonalità scura l’acquaforte del 1996 “autoritratto riflesso”. Nel 2002 di fronte a un muro di strofinacci, vestito di grigio, una sciarpa di seta attorno al collo, un pittore di “carne e ceneri”. Una sua frase:”non voglio ritirarmi dalla vita attiva. Voglio dipingere mè stesso fino al giorno della mia morte”.