![]() ![]() Le «Storie di Ester» di Veronese a Palazzo Grimani, un’occasione unica
Venezia a Palazzo Grimani «Veronese: le storie di Ester rivelate» fino al 24 luglio
Grazie all’esposizione «Veronese: le storie di Ester rivelate», promossa dalla Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico e etnoantropologico e per il Polo Museale di Venezia, presso Palazzo Grimani per la prima e (speriamo) unica volta nelle nostre vite le tre tele del ciclo di Ester che da più di quattrocentocinquant’anni decorano il soffitto della chiesa di San Sebastiano si potranno ammirare ad altezza d’uomo, senza dover ricorrere a posture proprie dei contorsionisti. Ma soprattutto questi dipinti saranno «riscoperti» dopo un accuratissimo restauro che, grazie alle modernissime tecniche utilizzate, consente di vederli nel modo più prossimo all’originale creato dal Veronese. E così non solo vengono «rivelate» le vicende della nostra biblica eroina, la perfezione delle figure, la delicatezza dei particolari, la brillantezza dei colori. Impariamo anche a conoscere Paolo Caliari e il suo metodo di lavoro, grazie all’osservazione diretta delle opere e alle indagini radiografiche e riflettografiche eseguite sopra di esse, pubblicate nel catalogo. In effetti, lo strato di pittura è tanto sottile che da vicino si vede perfettamente la trama a spina di pesce del lino sul quale il maestro lavorava. Dopo un disegno preparatorio con carboncino o con tracce veloci di pennello, Paolo dava forma alle figure attraverso il colore, estendendo prima una cappa sottilissima di pittura con i mezzi toni, sulla quale sovrapponeva i chiari e le ombre che costruiscono i volumi, per finire con piccoli ritocchi di luce fatti con un impasto più denso, quasi secco. E tutto questo con pennellate veloci e sicure, con pochissimi pentimenti e correzioni realizzate in corso d’opera. Colpisce ancora di più il genio di Veronese se pensiamo che lui dipingeva i quadri come noi li vediamo oggi: lui «guardava» la tela di fronte a sé e in verticale, ma «vedeva» l’opera finita, collocata a dodici metri di altezza e in orizzontale. Per questo, quelle che sembrano aberrazioni del corpo umano (mani e gambe troppo grandi, per esempio), sono in realtà deformazioni volute, destinate a facilitare la visione prospettica dal suolo. Articolo da VeneziaMusica e dintorni. www.euterpevenezia.it [ Data di pubblicazione: 27 maggio 2011 ]
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