![]() ![]() La gioia di vivere
A Palazzo Grassi la mostra di Picasso fino all’11 marzo
Ritrovare la gioia di vivere dopo la tragedia della seconda guerra mondiale: è il ritorno a una creatività esplosiva quello che segna gli anni felici di Pablo Picasso che vanno dal 1945 al 1948. “La joie de vivre” è il titolo dell’opera più emblematica di questo periodo e, insieme, della mostra in corso a Palazzo Grassi fino all’11 marzo, relativa a questo periodo Abbandonati i toni grigi del lutto che avevano caratterizzato la produzione bellica, quelli di Guernica, trionfa il colore; il blu smagliante, la solarità del giallo, in altri termini i colori del mediterraneo. La felicità ha un luogo, la Costa Azzurra, in particolare Antibes, e ha un volto e un corpo, quello della nuova compagna, Françoise Gilot, che gli dà due figli, Claude e Paloma. Proprio dal museo di Antibes, al momento in restauro, provengono la maggior parte dei circa duecento pezzi della mostra, curata dallo stesso direttore del museo Jean-Louis Andral. Il museo francese, infatti, conserva le opere che Picasso aveva creato tra il settembre e il novembre del 1946 nella sala di Castello Grimaldi, messogli a disposizione dalla generosità del conservatore del castello, Romuald Dor de la Souchère: 23 dipinti e 44 disegni. Su tutte domina “La joie de vivre” di grandi dimensioni (120 X 250 cm) dove il ricorso al ripolin, un materiale inedito, esalta la vivacità dei colori. E’ la rappresentazione del mito mediterraneo della sessualità, affidata dai fauni che suonano il flauto ( in uno dei quali si raffigura l’artista) e dell’esaltazione della dea madre, al vertice della composizione ( la stessa Françoise). Non una divinità statica, tuttavia, ma essa stessa partecipe della giocosità della danza. L’iconografia dei fauni è un tema ricorrente di questo periodo, esemplificata, oltre che sulle tele, splendida quella che figura nella stessa stanza dove è esposta l’opera principale, in deliziosi e veloci schizzi, Sempre al tema della fecondità si ricollega un altro mito del mediterraneo: quello del toro: in una stanza, di assoluto interesse, viene proposta la sequenza di 11 diversi stati di una litografia che lo rappresenta. E’ in questo modo evidenziato il processo di semplificazione e astrazione dell’immagine, dal primo stato in cui l’animale ha ancora una sua corpulenza realistica all’ultimo stato di estrema astrazione, ma che nulla perde in termini di energia. E di un’energia straripante, quasi volesse uscire dalla tela, che trattiene la sua vitalità , è anche la capra collocata sempre nella sala principale. Pesci, granchi sghembi e molto mobili, pescatori costituiscono un altro assaggio del mondo mediterraneo. Poi c’è il tema della donna, esaltata nella sua solarità, la donna- sole, appunto, nella rotondità delle sue forme e nel rigoglio della capigliatura, una bellezza di tipo classico. Tra le tradizioni che Picasso riscopre in terra mediterranea c’è anche l’arte della ceramica: vi si dedica con il solito impeto creativo, realizzando nella fabbrica di Vallauris, sempre vicino ad Antibes, in un anno, dall’ottobre 1947 a quello del 1948, ben 2000 pezzi: forme insolite di fauni, tori, figure femminili, civette e persino un condor nascono dalla sua illimitata fantasia, per la disperazione dei maestri che devono realizzarle e per la gioia del figlio Claude. A completamento della mostra le foto di Michel Sima che documentano l’attività di Picasso in questo periodo. In tema con l’esposizione principale, al secondo piano del Palazzo anche la statua di Picasso, grande testa, piccolo corpo, maglietta a righe da marinaio, nell’interpretazione di Maurizio Cattelan, che figura al primo piano, dove c’e un allestimento, parzialmente nuovo delle collezioni di François Pinault, dal titolo “Una selezione Post. Pop”, ovvero gli eredi attuali della pop- art. Tra cui si segnala le incisioni dei fratelli Jake & Dinos Chapman, intitolate “Disasters of war” (1999) con evidente riferimento alla celebre serie di Francisco Goya. Non meno inquietante l’installazione di Thomas Schutte “ Efficiency Man” (2005), tre manichini dall’espressione indecifrabile [ Pubblicato il 30 novembre 2006 ]
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