![]() ![]() La forma instabile
“Rosso. La forma instabile” in corso alla Peggy Guggenheim Collection fino al 6 gennaio
Luce rada, teste che sembrano affiorare da lontananze remotissime, appoggiano leggere in teche trasparenti. Ci si addentra in un bosco rarefatto, tra sembianze quasi dissolte ma potenti, vive. Animule larvali e fantasmatiche galleggiano nello spazio. Prossime alla sparizione, disfano la figura. L’allestimento della mostra alla Peggy Guggenheim Collection “Rosso. La forma instabile” a cura di Paola Mola e Fabio Vittucci (aperta oggi al pubblico fino al 28 gennaio) rispetta il modo “iniziatico” in cui Medardo Rosso disponeva nello spazio le sue sculture, meditandole. Per mostrarle a chi lo visitava accendeva un fiammifero; in una sua lettera a un contemporaneo si trova un enunciato programmatico del suo stare al mondo: “Tu mi parli del giorno, ma io ti parlerò della notte perché ci vedo meglio”, e vengono subito in mente le meravigliose teste in cera nera, immerse nell’indefinito, predisposte ad una naturale cancellazione. Innamorato del nero, del dissepolto, dello scomparente. Rivolto al provvisorio della condizione umana dirà “non siamo che scherzi di luce”. La percezione, importantissima, delle sue cose quasi scomparenti nello spazio anima le sue intenzioni, nell’esporle. Un annotazione del 1914 riferisce a questo suo preciso atteggiamento: “chiude le sue sculture in cassette di vetro che, a un primo sguardo, danno alla sala un aspetto di collezione di pezzi anatomici, o di piccoli mostri. Invero quelle sculture sembrano opere del caso, rammentano la configurazione di certe stalagmiti o stalattiti nelle grotte”. Un aspetto di antro misterico sorprende nell’aggirarsi soli tra le salette grigio-ovatta della Guggenheim. Rituale, il ripetersi di uno stesso volto in materie diverse, a distanza di anni. La vera sfida di questa sapiente mostra è quella di aver rivisto con esattezza filologica le datazioni, il riprodursi delle tipologie, l’analisi delle serie. Un lavoro di tre anni al vaglio di ogni carta, ricerche di archivio incrociate tra materiali spesso confusi che costringevano l’opera di Medardo negli angusti confini tardo ottocenteschi da lombardo scapigliato, negandone, per asfissia, l’enorme potenziale sperimentale di un opera aperta. “Rosso è un maestro della spezzatura, del modo che nasconde, della rapidità bruciante, nell’apparente trascuratezza e noncuranza” annuncia Paola Mola nella prefazione al catalogo. La materia più usata, amata per fluidità, capacità sgretolante, è la cera. Quella di Medardo è opera in cera: “com’è all’origine del ritratto in cera, Rosso cerca il sensibile, la somiglianza, il fisionomico anche, per giungere all’incerto, lo sfumato, come Leonardo, Goya, Turner (..)” avverte la curatrice. I ritratti, sempre quelli, ritornanti: la mole franante in cera nera del suo collezionista, quell’Henri Rouart presentatogli da Degas che lo sostiene nei difficili anni parigini, ed è la prima volta che esce dalla Galleria d’arte moderna di Milano. La serie delle Rieuse, le “sorridenti” che si succedono negli anni, nell’enigmatico sorridere hanno un che di demonico. La Femme à la Voilette, Yvette Guilbert, Madame Noblet, e la figlia prediletta: Madame X, in abolizione di tratti, muta, si apprende che per anni è rimasta senza base, con un ferro dietro il collo, per agganciarla ovunque. La lentissima maturazione dell’opera ultima, l’Ecce Puer in infinita serie tagliato, ripreso, ridotto, ulteriormente sfuocato nel trasferimento fotografico. La mostra è decisiva nell’esporre l’opera di Medardo fotografo, le sue smisurate possibilità di sperimentazione. Al capolinea della scultura, nell’oltrepassamento delle possibilità fotografiche. Così Medardo Rosso sfida il secolo generando miscele in dissolvenza, coaguli prossimi al disfacimento, misteriose soluzioni tecniche “stampe all’albumina su carta non maritata con viraggio seppia”. Nell’illuminante testo dedicato all’opera fotografica “Trasferimenti” (Skira) a cura di Paola Mola si capisce che Rosso “in camera oscura è sperimentale in tutto”. Dalle lettere a Ardengo Soffici si riescono a seguire molti dei passaggi, gli intrecci, gli interscambi tra materie. Anche qui raggiunge un massimo di poeticità che trascende la fotografia, come gli accade con la scultura. [ Pubblicato il 5 ottobre 2007 ]
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