![]() ![]() La cittadinanza virtuale di Venezia
Da turisti a stakeholders
Non parla Venezia ai suoi ammiratori, ai suoi infiniti fan che in processione più o meno disciplinata si presentano al suo cospetto per respirare il suo mito, per lasciarsi avvolgere dalle atmosfere languide della sua leggenda. Si lascia guardare, si lascia toccare, ma non parla. D’altra parte sono pochi, al momento, coloro che auspicano un cambiamento in tal senso. Traspare la consapevolezza che, qualora il “miracolo” avvenisse, i flussi di “fedeli” aumenterebbero a dismisura mettendo a dura prova la sua già precaria capacità di accoglienza e di ascolto. Certo, il mordi e fuggi, alimentando spontaneamente un’economia primitiva di pura raccolta, di capitalizzazione del presidio territoriale, ha cambiato profondamente il senso dell’accogliere. Ha scoraggiato l’accompagnamento, l’intermediazione alta, un’idea di crescita che non sia pura quantità, tendenza alla saturazione. Addirittura ha fatto emergere – in chi nel turismo di massa vede un meccanismo in grado di erodere tutti gli altri spazi vitali - il desiderio di una spontanea quanto improbabile riduzione di appeal o peggio di un’intenzionale scelta di contingentamento. Tutto ciò assume il sapore di una spirale depressiva e non sembra certo presupporre una volontà della città di recuperare le redini del proprio destino superando l’attuale apatia e rassegnata passività. Venezia si promuove da sé: questa è una certezza assoluta che non può tuttavia indurre a trascurare l’opportunità di avviare tutte quelle azioni che si collocano a monte e a valle di un progetto promozionale e che ne costituiscono il necessario completamento. Chi partecipa deve essere premiato per la sua scelta. Come e forse più di chi viene indotto a partecipare attraverso sofisticati progetti di incoming turistici. Lasciarsi consumare passivamente, spesso con una buona dose di astio mal celato, significa penalizzare sé stessi. E’ infatti evidente che la “Venezia in sé” non esiste. Non esiste senza i suoi milioni di visitatori. Cominciare a comunicare con loro significa parlare a sé stessa. Solo attraverso un percorso intriso di relazionalità transitano le idee ed i progetti per il futuro della città. Venezia deve immaginare un patto sociale con i suoi turisti mettendo in campo una combinazione coerente di hardware (la gestione in chiave logistica degli accessi) e software (capacità di dialogare, di preparare, di accompagnare, di selezionare le istanze). In altre parole, deve anticipare spazialmente, temporalmente e culturalmente la vacanza, creando poi una sorta “effetto alone” intorno all’esperienza della visita. Venezia può iniziare “prima” e può proseguire “oltre” Piazza San Marco. Sul fronte logistico, per governare i flussi servono accessi da un lato alternativi e originali, dall’altro distribuiti temporalmente. Una razionalizzazione in tal senso si giustifica anche volendo accogliere in pieno l’ipotesi di “città-museo”. Sul fronte relazionale occorre immaginare momenti di dialogo premianti per chi partecipa allo scambio accettando lo status di “turista speciale” di una “città speciale”. Venezia è un luogo fisico caratterizzato da condizione ambientale particolarissima e da un patrimonio storico inimitabile, ma è anche un “luogo della mente” che trascende la permanenza fisica sul suo territorio. Venezia può e deve “adottare” i suoi visitatori e contemporaneamente “farsi adottare”. Lo scambio, il patto, risiedono dunque in una sorta di cittadinanza onoraria, quasi il presupposto per un contro-esodo virtuale che restituisce alla città un numero potenzialmente illimitato di nuovi portatori di interessi attenti alla sua evoluzione, alle sue scelte, alle sue proposte finalmente stimolate a rinnovarsi con continuità. [ Pubblicato il 19 aprile 2004 ]
|
|
||
|
|||