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Giudecca , l’isola che non c’era
Ex frutteto della Serenissima, poi confino per condannati, l’altra Venezia continua a reinventarsi come una "Soho lagunare" e metafisica

Un sottile lembo di terra in acqua di laguna affaccia a sud fronteggiando Venezia con una lunga fondamenta, sempre in ombra. Anticamente “Spina longa”, per la forma di lisca di pesce, allungata. In seguito Giudecca, toponimo istriano che indica il mestiere di conciare le pelli. Nell’etimo rimanda alla sentenza di “giudicato”, sentenza di allontanamento che colpiva gli indesiderati, mandati in confino dalla Serenissima. Niente a che vedere, sembra, con uno spazio ghetizzato. La chiamano da sempre “isola delle foche”, per il vento di tramontana che la percuote, a raffiche. E perché fa più freddo che dall’altra parte del canale. Confino in origine ma anche spazio di ospitalità: i pellegrini in transito per la Terra Santa, “foresti” ante litteram, vi ricevevano accoglienza. In questi ultimi anni l’isola vive un’accellerata metamorfosi, quasi una mutazione.

Da sestiere degradato, malfamato, sorta di “Bronx veneziano”, sta assumendo le fattezze di un’anomala Soho lagunare: si continuano a progettare complessi residenziali “firmati”, all’avanguardia. Sulle scia delle case popolar-metafisiche di Gardella, un pull di progettisti di punta è stato convocato per rilanciare aree dimesse e placare la sete di posti letto in laguna. Griglie rosse, spirali quadrate, piante ad “H” e “U”, il complesso residenziale del binomio Aymonino-Rossi è stato consegnato chiavi in mano ai 50 assegnatari in lista del comune. Nelle sterminate metrature di Campo Marte c’è attesa per il terzo lotto affidato all’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira. Imminente l’apertura del quarto e ultimo cantiere su progetto dello spagnolo Raphael Moneo. La Giudecca di questi tempi è un vero cantiere aperto. In disertate zone architettura industriale si ricavano loft iperfunzionali. Gallerie d’arte di visibilità internazionale, associazioni culturali, spazi teatrali, depositi di granaglie, divengono contenitori di mostre temporanee.

E per insediarsi, le cifre sono sicuramente più contenute rispetto agli eccessi dell’altra sponda. La pop star Elton John ha recentemente acquistato, per 200.000 euro, una piccola dimora dalle finestre gotiche e interni high tech di fronte alla fermata di vaporetto dopo le Zitelle. Un simile punto di vista sembra averlo condiviso anche Michelangelo quando, nel 1529, spossato dal tedioso vacuum della mondanità veneziana trovava asilo nella verdeggiante pace dell’isola per lavorare in tranquillità al progetto del ponte di Rialto; tre secoli dopo, lo scrittore Alfred de Musset si sbilanciava dicendo che nell’isola avrebbe voluto vivere e morire. Una tribù cosmopolita partecipa con naturalezza della vita quotidiana.”Mi ci è voluto molto tempo per arrivare alla pace di questo luogo”; Andreas Brandt, architetto tedesco, ha scelto il “buen retiro” della Giudecca di ritorno dai lunghi viaggi esplorativi nel Tibet e in Nepal. Nel raccolto silenzio del suo loft innondato di luce, indisturbato, documenta con disegni, schizzi, appunti le sue esperienze di viaggio.La fotografa svedese Marita Jonasson e il marito architetto, Jon, sono stati da subito conquistati dalla semplice essenzialità della vita quotidiana nell’isola e dalla cordialità della gente, hanno restaurato una piccola casa, un antico teatro palladiano, nella Fondamenta delle Convertite. Sono in molti a considerare la Giudecca una postazione strategica di silenzio e separatezza dagli affanni metropolitani. “Isola nell’isola, appartata, segreta, per me la Giudecca è soprattutto uno spazio mentale” sostiene Fabrizio Plessi che ha ricavato il suo loft-studio in una porzione di archeologia industriale. Nei magazzini di un ex fabbrica di liquori destinati a distillerie, coesiste un’infilata di studi d’artista. Carolina Antich e Augusto Maurandi sono stati tra i primi ad occupare questi spazi:”Siamo arrivati in Italia dall’Argentina, ci siamo innamorati di questo spazio senza connotazione, verde, spaesante: un microcosmo”. Alternano lunghi mesi nell’isola con il ritorno alla terra d’origine. Nell’atelier accanto, Nora Ferruzzi, disegnatrice di tessuti, guada ogni giorno il canale della Giudecca per ritirarsi a dipingere. Il pittore Paolo Smali, si è trasferito da poco: “lavoro e vivo nell’isola della Giudecca, felicemente. Mi sento un ospite. Ricordo la forte impressione che ho avuto nel sentire, osservando le Zattere dalla Palanca (traghetto che porta di là dalla sponda n.d.r.) due giudecchini che si chiedevano se andare o meno a Venezia . Objet trouvè, tavolozze materiche, incrostazioni di memorie famigliari su trittici di lenzuola da corredo appartenute alla bisnonna. L’atelier di Eleonora Siffredi, artista ligure, è un antro magico che addentra nel cuore dell’isola. È anche un racconto della perdita di molte cose:”sono arrivata, quasi per caso, alla Giudecca 27 anni fa. Qui c’è molto più cielo ed acqua che in qualsiasi altro posto. Una volta in fondamenta ci si arredava la casa, si trovava di tutto. Poi anche la Giudecca è andata trasformandosi, sono spariti i pescivendoli, le piccole botteghe sparse con i tendalini all’aperto…”.
Una vera autoctona è la pittrice Serena Nono. Figlia del compositore Luigi Nono, nata e cresciuta alla Giudecca non l’ha mai abbandonata se non per studiare a Londra. Dipinge nello studio a bow windows , appartenuto al padre, che guarda alla laguna sud “Non potrei immaginarmi, a Venezia, in nessun altro luogo. Alla Giudecca si vive ancora una dimensione umana di quartiere, di “paese”. Ci si conosce tutti, si è coinvolti con le vite degli altri. Sono potuta crescere guardando oltre l’isola, standovi sopra. Conoscendola come le mie tasche”. A metà degli anni ‘50 del secolo scorso approdava in isola, da Los Angeles anche la madre di Serena, Nuria Schoenberg, figlia del celebre compositore austriaco, ideatore della dodecafonia, oggi si dedica con instancabile cura all’archivio Nono, fondato dieci anni fa in un palazzotto gotico sulle rive del Canale della Giudecca. La pioniera dello sbarco alla Giudecca fu, agli albori del novecento, la pittrice londinese Mabel Holland. Leggendaria, la sua Casa del Leone era un vero e proprio crocevia di artisti internazionali. Se si pensa a mitiche dimore, non si può tralasciare di nominare la casa Dei Tre Oci, una mirabolante composizione di eclettismo fin-du-siècle escogitata da colui che D’Annunzio definì “divino pittore lunatico”, l’enigmatico Mario De Maria.

Ma la Giudecca era anche il luogo di spensierate villeggiature aristocratiche quando la riviera del Brenta non era ancora di moda. Nel 1882 un imprenditore illuminato, di origine svizzera, Giovanni Stucky vi installava un’enorme macchina per la produzione di granaglie: l’anseatica mole del Molino Stucky, archetipo della nascente architettura industriale. Fu un evento provvidenziale per la popolazione, navi cariche di grano provenivano dal Danubio, dalle rotte del mar Nero, molti trovarono lavoro. La famiglia Herion, dalla Germania aprì alla Giudecca una fabbrica di maglieria. Raffinati banchetti mitologici animavano la frescura del giardino Eden, il favoleggiato salotto degli Herion. Dopo un periodo di cupezza, nel 1928 il giardino fu ceduto alla contessa Aspasia di Grecia che lo riportò ai fasti trascorsi con feste stile “il grande Gatsby”. L’ultimo stravagante proprietario è stato l’architetto, misteriosofo Hundredwassers. Teorico del "lasciar fare alla natura" ha usato il giardino per le sue sperimentazioni. Questo pezzo di Venezia senza connotazione né legame evidente con il peso storico di ciò che circonda sembra essere un posto ideale dove poter cominciare una nuova vita.

[ Data di pubblicazione: 24 giugno 2004 ]

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