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Giorgio Bellavitis (1926-2009), figlio dell’urbanistica, maestro del restauro

Conoscere Venezia dal vivo seguendo un docente del corso più “basic” del primo anno della Facoltà di architettura di Venezia (Elementi di architettura e rilievo dei monumenti) lungo le calli e dentro i palazzi, identificando attraverso il tessuto edilizio il disegno urbano della città, è stato fondamentale per me come per tutti quelli che negli anni ’60 hanno avuto Giorgio Bellavitis come assistente di Egle Trincanato (titolare della cattedra). Solo oggi, ricostruendo la sua poliedrica biografia, ho capito che anche lui stava conducendo questo percorso iniziatico per compiere un’altra delle tappe della sua vita per combattere sul campo la battaglia per la salvezza di Venezia che l’aveva riportato nella città natale dopo le esperienze politiche, professionali e di studio all’estero.

Venezia allora era titolata nei saggi, nelle inchieste, ecc. come “Il problema di Venezia” e rispetto a questo argomentare imploso nessuna soluzione sembrava essere adeguata o alla portata dei tecnici e degli amministratori. Bellavitis, aveva un approccio pragmatico, non ci teneva confinati nelle aule dei Tolentini, ma in ripetute “uscite” col “disegno” e col “rilievo”, con un approccio urbanistico, ci faceva percorrere Venezia nei secoli, riconoscere il progetto per la città come dialogo fra saperi esperti e tradizioni secolari, coniugati a tecniche d’intervento rispettose, a volte leggere, a volte radicali per rendere disponibili alla città quei complessi monumentali degradati o quegli edifici residenziali aggrediti da interventi resisi necessari per la residenzialità di famiglie numerose e spesso impoverite dal periodo bellico che aveva costretto molti veneziani a coabitazioni tali da stravolgere gli assetti tipologici, sia di edifici minori sia di edifici di grande pregio. Bellavitis in quello stesso periodo aveva combattuto le battaglie per Venezia con la Sezione Veneziana di Italia Nostra, con una prima mostra da lui allestita a Palazzo Ducale “Italia Nostra difende Venezia” (1959) e una serie di esposizioni con pannelli fotografici e analisi funzional-strutturali della città lagunare che sarà esportata all’estero (Strasburgo 1962, Londra 1962-63). Il titolo della mostra londinese “Venice for Modern Man. Ten centuries of History confront Modern Town Planning” era significativo dell’approccio urbanistico di Bellavitis nell’affrontare il progetto delle trasformazioni necessarie per fare di Venezia una città vivibile per l’uomo “moderno”. Questo lavoro continua per tutti gli anni sessanta, nel 1968 viene nominato dall’Unesco capogruppo responsabile dell’inchiesta sui palazzi di Venezia, producendo ‘uno studio con 392 rilevamenti e analisi tipologiche e strutturali con indicazioni di costo di restauro’ per dimostrare la fattibilità di questo approccio e attrarre l’attenzione internazionale su una città che non trovava le risorse per uscire dal degrado causato dall’alluvione del 1966.

Il suo insegnamento, semplificando, si poteva tradurre in una regola semplice: dove non vi è un “monumento” a tutto tondo su cui applicare i criteri rigorosi del restauro filologico, occorre saper ascoltare la storia della città nei suoi principi strutturali, spesso complessi, ma chiaramente leggibili con una solida preparazione interdisciplinare (dall’analisi storica al progetto di restauro).

Una maturazione storico-progettuale partita dalle esperienze giovanili nel campo del disegno di storie a fumetti, già mentre era allievo dei Cavanis collaborava con il settimanale satirico Sior Tonin Buonagrazia, proseguita ai tempi della lotta partigiana con il settimanale “Vento di Montagna” che veniva diffuso dalla Brigata Osoppo di cui faceva parte fin dal 1943, proseguita come attività professionale di collaborazione a varie case editrici, fino a trasformarsi in un “mestiere” affermato nel periodo londinese di direttore artistico di Cosmopolitan e dell’Uragano Comics Inc., una leggenda nel campo del fumetto che ha lanciato Hugo Pratt, Dino Battaglia, Alberto Ongaro e altri. A mio avviso quel che segnò la svolta nella sua carriera di disegnatore oramai affermato fu la traduzione da lui curata del libro Garden Cities of Tomorrow di Ebenezer Howard (trad. it. L’idea della Città Giardino, Calderini, Bologna 1962). Questo ritorno all’urbanistica segnò la fine della sua brillantissima carriera come artista di fumetti (in seguito solo occasionalmente ha continuato a produrre illustrazioni per libri scolastici e enciclopedie) e il richiamo alle tematiche urbanistiche veneziane. Una scelta ispirata alle parole di Sansovino, quella di radicarsi a Venezia nella “città che è collegata a un tempo che non è ancora venuto” perché “in nessun luogo dell’universo l’uomo è più sicuro di sé”.

Dal 1969, in sodalizio professionale con la moglie Nani Valle (assistente di Ignazio Gardella allo IUAV) diverrà prevalente l’attività di storico-architetto dedito al restauro-rifunzionalizzazione di edifici e complessi monumentali. Riepilogando l’elenco dei prestigiosi incarichi di restauri e ristrutturazioni di palazzi sul Canal Grande, iniziato nel 1966 con quello per Corner-Spinelli, e continuato con Barbarigo della Terrazza (1969), Giustinian-Pesaro (1971), Balbi, Angaran e Pedenin (1973), Mocenigo Gambara (1991), Corner della Regina (1998), Rezzonico (2000), Foscari (2005). A questi vanno aggiunti i restauri della Chiesa di S. Nicolò dei Mendicoli, della Loggetta del Sansovino, dell’ex convento di San Salvador; la progettazione del giardino di Palazzo Venier dei Leoni (sede museale della Fondazione Guggenheim), fino all’ultimo restauro (2005) di Palazzo Giustinian (sede della Biennale).

La recente pubblicazione di un numero speciale del Bollettino dei Musei Civici Veneziani intitolato: “Giorgio Bellavitis architetto. Ricerche, scoperte, riflessioni civili”, Skira-Marsilio, 2011, dà un contributo alla conoscenza della sua figura attraverso la ri-proposta dei suoi scritti meno noti sull’evoluzione della struttura urbanistica veneziana attraverso i secoli e in particolare lo sviluppo urbano di Venezia tra il XII e il XV secolo.

Gli interventi di restauro sono sempre inquadrati nella condizione spaziale dei luoghi e della città. Le pietre di Palazzo Zorzi rilevate all’inizio del lavoro erano l’esempio massimo del degrado dell’edificio monumentale di Mauro Codussi a S. Severo. Ma Bellavitis, con scienza ed esperienza (facendo riferimento alla Carta di Venezia del 1964), in un lavoro trentennale, è riuscito a “rivelare i valori storici del monumento discettando sull’arguzia del committente-mecenate (Mario Zorzi) e sulla “complice ironia” tra Zorzi e il Codussi, per far apparire la fabbrica come un palazzo maestoso e moderno senza rifarla ex novo con una “scansione per moduli distinti e accostati che il Condussi stesso utilizzerà ampiamente e metterà a punto nei palazzi posteriori come il Corner Spinelli e il Loredan Vendramin” (p.92).

La versatilità e la curiosità storica dimostrate dagli studi sul Codussi architetto e sul Giorgione pittore, per il ruolo parallelo che hanno rivestito rispetto alla trasformazione della cultura figurativa veneziana tra il Quattrocento e il Cinquecento (p.96), sul Longhena di Ca’ Bon Rezzonico (il palazzo che ospita il Museo del 700 Veneziano, p.101), sul restauro architettonico di San Salvador (un sistema conventuale da recuperare e rifunzionalizzare dopo gli interventi invasivi del 1926) si traducono in progetti di fruizione attuali, spesso proiettati in un futuro che riflette funzioni innovative a –e per Venezia, come il Telecom Future Centre progettato per S.Salvador (p.110-125).

La figura che si delinea attraverso gli scritti di Giorgio Bellavitis contenuti nella pubblicazione dei Musei Civici è quella di un veneziano riapprodato nella città natale dopo multiformi esperienze per contribuire, alla stregua di un chirurgo, con interventi prevalentemente di restauro e ristrutturazione, a rigenerare il tessuto urbano attraverso la fruizione dell’architettura. “Come Wright che, sulla base dell’architettura organica, realizza i suoi edifici in armonia con la natura, così io nelle ristrutturazioni –sosteneva Bellavitis- considero le strutture perimetrali dei palazzi veneziani la natura alla quale devo armonizzare gli spazi funzionali interni”. Nel 2009, in occasione della morte di Bellavitis, il sindaco Massimo Cacciari ha affermato: «Il suo legame con Venezia ha sempre avuto un respiro internazionale, di apertura culturale e intellettuale, di competenza e professionalità” , senza accennare, però, alla sua battaglia, combattuta sul campo senza sottrarsi ai compiti più ingrati o mortificarsi per le critiche, le polemiche, anche aspre, come nel caso della progettazione e realizzazione del ponte di legno a Ca’ Rezzonico. Peraltro non gli sono mancati riconoscimenti importanti come il Premio Torta per il restauro (1981), il londinese Bannister Fletcher Prize (1982), il Premio Elena Bassi (2000), accettati con un timido sorriso.

Il mestiere di architetto, in fondo, gli permetteva di disegnare continuamente, con la stessa vena ironica dello storyboard degli amati fumetti, disegnati fin dall’infanzia. Forse il carattere di Giorgio Bellavitis si evince dallo stesso pseudonimo da lui scelto a diciassette anni per la guerra partigiana: Walt Disney (che il comandante della Brigata Osoppo aveva storpiato in “Valdisna”). Chiaro, prudente, ironico come Topolino e positivo nel ricercare la miglior soluzione per il restauro delle strutture veneziane che gli venivano affidate.

Un personaggio colto, discreto e ironico che Venezia forse non ha conosciuto e/o riconosciuto appieno e che pubblicazioni come questa, editata dal MUVE grazie alla tenacia di Camillo Tonini, iniziano a esplorare e a mettere in luce.

[ Data di pubblicazione: 29 luglio 2011 ]
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