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Felice Carena
L’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti dedica una grande mostra a Felice Carena

Celeberrimo, pluripremiato, osannato, insignito di prestigiose onorificenze, e tutte in vita. Felice Carena (1879-1966), piemontese di nascita e romano d’adozione, arriva a Venezia nell’immediato dopoguerra. La città si mobilita per accoglierlo. In una nota dal taccuino autobiografico di Guido Cadorin viene riferito dello scompiglio che genera in città l’arrivo dell’illustre maestro. Ci si affanna per dargli una degna sistemazione. Dopo diverse proposte Carena trova casa al mezzanino del palazzo dove abita la famiglia Cadorin, al 2534 di Fondamenta Briati. Da qui manderà una lettera ad Ardengo Soffici a Forte dei Marmi dove rivela: « (....) Il lavoro mi è ormai, spoglio come sono di ogni ambizione e al di sopra di tutte le beghe e miserie, meno tormentoso ed economicamente anche se devo lottare, vivo e spero”.

Frequenta gli artisti locali e l’ intellighentia lagunare; è amico di Vittorio Cini, Gilberto Errera, degli storici dell’arte Rodolfo Pallucchini e Guido Perocco, del musicista Francesco Malipiero, dei poeti Aldo Palazzeschi, Ugo Fasolo, dell’italianista Vittore Branca, il gallerista Carlo Cardazzo tra gli altri. Qualcuno lo ricorda aggirarsi tra le calli affranto e sempre amareggiato, con una spiccata tendenza alla lamento che gli procurerà l’epiteto di «più grande pittore morente” . Si rivolge così ad un giovane pittore che sostava nel suo studio: «...Eh! Verrà anche per te il momento che non dormirai la notte perché non ti riesce il tono di una mela...”.

Venezia gli rende omaggio con un’esaustiva mostra antologica nella sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti a Palazzo Franchetti «Felice Carena e gli anni di Venezia” (dal 27 marzo al 18 luglio) a cura di Virginia Baradel. Due ritratti della sorella eseguiti a cinque anni di distanza uno dall’altro (1901-1906), di spiccato gusto tardoromantico svelano suggestioni simboliste; il volto diafano trascolora, l’occhio socchiude presago. Poco più tardo il gozzaniano ritratto della baronessa Ferrero è di satura inclinazione decadente. Carena dipinge alla maniera antica, su grosse tele, con una corposità materica talmente evidente da sembrare tridimensionale nella stesura. Tortura la tela (e se stesso) tornandoci sopra a distanza di tempo, rivedendo, correggendo. Manipola e reinterpreta le campiture di colore. Cita - emula-reintegra. È tutto un fare e disfare nel corso degli anni.

Insistere-lavorare sembra essere il suo motto. La sua è un inquietante ed inquietata ricerca per cercare di uscire dall’Ottocento ed agganciare il moderno; da qui il guardare insistito alle esperienze d’oltralpe: Cezanne, Derain, Gaugin, i fauves, Bonnard. Per poi tornare con impeto ad assaltare il rinascimento, il Seicento. «Ancora incerto fra le troppo facili assimilazioni” lo stigmatizza Margherita Sarfatti in una delle recensioni alle Biennali degli anni Venti. Si sente nei suoi volti l’espressione contrita e dolente di chi è attraversato da pietas per la misera condizione umana. Il cattolicesimo di Carena è drammaturgico e torturante. Il Cristo lo insegue e «perseguita” nel corso di tutta la sua traiettoria pittorica. Il corpo di Cristo deposto e livido, un grumo sanguinolento all’altezza del capo cinto di spine, da cui sembra aver tratto ispirazione la contemporanea Marlene Dumas, è del 1910; fino al Cristo macerato e tortile delle ultime Pietà. Pacate e meditabonde appaiono invece le nature morte di chiaro riferimento morandiano. Forse i pochi attimi in cui Carena rilassa e distende il segno, come tranquillizzato in un terreno che sente più familiarmente suo. Sono tantissime, esposte a voler dare la sensazione di quadreria. L’esposizione apre con un ritratto che Guido Cadorin fa a Carena l’anno del suo arrivo a Venezia, 1945. L’atmosfera è di dolente mestizia. Le palpebre dell’anziano pittore appesantiscono, lo sguardo è quasi assente, dense ombreggiature infittiscono in prossimità del volto. L’espressione in generale risulta dimessa e di malinconica rassegnazione.

[ Data di pubblicazione: 5 maggio 2010 ]

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