![]() Carpaccio, pittore di storie
In mostra alle Gallerie dell’Accademia fino al 13 marzo
Manovre diplomatiche in cui le sconfitte vengono spacciate per vittorie, alleanze in mutamento, equilibri tentennanti. È incerta e piena di allerta la situazione nell’ ultimo decennio del Quattrocento a Venezia. Urgente la necessità di dare un’immagine esterna di compattezza, di indomita coesione interna, e sicurezza. Alimentare il mito sulla Serenissima, e farlo subito, coinvolgendo tutte le forze produttive della città, sembra essere l’obbiettivo primo e imprescindibile delle èlite di governo occupate a incoraggiare un atteggiamento da scialuppa di salvataggio. Viene escogitata nei minimi dettagli una miratissima campagna propagandistica, dispiegate raffinate astuzie diplomatiche. Fondamentali, in questa operazione in cui non si lesinano spese, le strategie di comunicazione visiva. L’immagine della città va rafforzata attraverso la narrazione di storie dipinte che esprimano gesta trionfanti in accordo ai testi di cronaca scritta. Arrivato a Venezia, Philippe de Commynes, diplomatico francese, non si trattiene:”è la città più trionfante che abbia mai visto”. La città lagunare è un dispositivo scintillante progettato per attirare gli sguardi; micidiale apparato di cattura tutto visivo. Si reclutano i migliori tra i pittori-testimoni per creare il corrispettivo figurato dei narratori di cronache; alle Istorie pittoriche è affidata una forte responsabilità documentaria-celebrativa. Questa agguerrita campagna decorativa impegna alla fine del Quattrocento il giovanissimo Vittore Carpaccio, tra gli altri. Non si hanno molti dati certi sulla sua biografia, nemmeno la data di nascita, su cui si accapigliarono illustri storici dell’arte. Ludwig-Molmenti sembra spuntarla su Frey e Pignatti collocandola fra il 1465-1467. In mostra, alle Gallerie dell’Accademia, fino al 13 marzo “Carpaccio, pittore di storie”. Prestiti dalla Galleria Franchetti, alla Ca’ d’Oro e concessi dall’Accademia Carrara di Bergamo, dal Louvre alla Staatsgalerie di Stoccarda restituiscono in sequenza originaria alcuni dei cicli narrativi “dispersi”: le Storie della vita della Vergine e le quattro tele delle Storie della vita di Santo Stefano. Carpaccio fa irruzione sulla scena pittorica veneziana a venticinque anni, sbaragliando i predecessori. Nella monografia del 1967, quello storico dell’arte veneta eterodosso che fu Michelangelo Munaro, lo dice personaggio sensibile agli ideali di una civiltà laica. Alle pale d’altare e ai mosaici preferisce l’arazzo, le miniature, festosi teleri, presentandosi con la “mentalità profana di un uomo moderno”. Nel dipingere aderisce alle raffinatezze stilistiche del gotico fiorito ma le sue composizioni non sono per niente statiche come quelle di un Lazzaro Bastiani o del Mansueti. Stupiscono, fibrillanti di dinamismo e guizzi inventivi. Le rigide commissioni per rappresentare particolari eventi religiosi diventano in lui meri pretesti per dare forma e ritmo a mobilissime scene di vita cittadina. I suoi compatti ritratti di gruppo intercettano occhiate sghembe tra diverse fazioni. Ostentando geometrica compattezza tradiscono inquietudine.
Otto scene narrative sono la sua prima commissione e il più antico ciclo di Istoria dipinta. È il 1494. Su tracciato della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine si dispiega l’assorta e tormentosa fabula di Orsola, virtuosa figlia del cristianissimo re di Bretagna. Il Sanudo, nella Cronachetta aggiornata al 1530, la annovera tra le cose “notabili” da vedere a Venezia. Sequenza che a ritmo sospeso e incantatorio dice la fatale parabola di Sant’Orsola fino al martirio, in terra santa, circondata dalle sue puellae. Teatriche e immaginifiche le coreografie. Miriadi le coltissime citazioni architettoniche, alcune fantastiche altre attinte da libri di illustrazioni più che da viaggi compiuti personalmente. E poi le decorazioni, le tarsie, il gusto finissimo del dettaglio, la particolareggiata foggia degli abiti, l’articolata composizione dei cerimoniali: indizi di sofisticati ed iniziatici conoscimenti umanistici. Le scene corali; dai densi coaguli di folla assiepata attorno ai protagonisti fanno capolino volti e figure della Venezia contemporanea: componenti della famiglia dei committenti, esponenti delle scuolette e confraternite, qualche esatto profilo di umanista amico. Le scene intimistiche; l’attimo dilatato e inenarrabile del sogno di Orsola effonde grazia lieve: compostissima e addormentata nel lindore del suo letto, la mano raccolta attorno all’orecchio a vigilare impercettibili annunci; Il silenzio danzato dell’angelo sulla soglia; lo spoglio raccoglimento di quella stanzetta gonfia di premonizione. [ Data di pubblicazione: 6 dicembre 2004 ]
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