![]() ![]() Autoritratti- Selfpotrait
I volti dell’arte dalla Collezione degli Uffizi all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
“La figura umana è il teatro della lotta tra gli impulsi psicofisici e la pesantezza fisica, e il modo di condurre questa lotta e di deciderla in ogni attimo in modo nuovo determinano lo stile in cui si rappresentano il singolo e i tipi”. Questa riflessione del filosofo Georg Simmel (1858-1918) nell’ambito di un saggio sul significato estetico del volto (“Il volto e il ritratto” ed.Il Mulino, 1985), potrebbe fungere da vademecum per attraversare i 60 autoritratti esposti nella mostra “I volti dell’arte-Autoritratti dalla collezione degli Uffizi”, fino al 5 maggio, a Palazzo Franchetti, sede aggiunta dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Un’antologia fitta di contrappunti anche nell’allestimento, curata dalle studiose Giovanna Giusti e Maria Sframeli. La collezione fa parte di un corpus raro e non esposto, custodito agli Uffizi di Firenze. Di straordinario interesse per inseguire il mutare di modalità e forme dell’autorappresentazione dal primo rinascimento alla contemporaneità. Il percorso muove dalle tonalità chiare dell’ affresco su tegola di Filippino Lippi (1485) per sfumare su un esponente della Transavanguardia anni ’80 del Novecento. Un Mimmo Paladino che si ritrae in versione “saladino” su fondo oro nel 2003. La collezione è stata voluta ed iniziata nel 1664 dall’illuminato Leopoldo de’ Medici. La prima commissione, in quell’anno, l’autoritratto del Guercino. L’autoritratto di Raffaello giovane, risalente al 1506, il collo allungato, il volto reclino, lo sguardo mesto in espressione di neutra indifferenza, colpisce per attenuazione di ego. La figura occupa una porzione di spazio sulla sinistra, il fondo è brunito. Confermerebbe il ritratto psicologico abbozzato dal poligrafo Calcagnini:”un giovane di grandissima bontà e di ingegno mirabile”. Il volto di un tenebroso Tintoretto “senectute confectus” emerge dall’oscurità con sguardo appannato e sofferente. Un guizzo di biacca al centro del petto, la mano prensile quasi a brandire un pennello, unico indizio d’energia residua. Una mano guantata e l’altra appoggiata sul fianco. In attitudine aulica e posa condottiera su fondo brace, il baffo contratto di Velàzquez, verosimilmente dipinto sui quarantacinque anni. A pennellate rapide, in grumo di carne rosata e luce, il volto decomposto dal tempo, l’espressione bonaria, è Rembrandt che si ritare nel 1655. L’opera faceva parte della collezione del principe Ferdinando de’ Medici nella Villa di Poggio a Caiano. Ora custodito agli Uffizi assieme ad altri due autoritratti. Curiosissimo il modo in cui decide di proporsi Giuseppe Maria Crespi: una scenetta di intimità domestica, lui intento a giocare con moglie e figli alla maniera di un frammento dalle “conversation pieces” di Hogarth. A distanza ravvicinata, la bocca semichiusa nell’intento di riprodursi allo specchio. Lo sguardo acuto, penetrante, da giovane uomo abituato a pensare. Antonio Canova ha eseguito questo ritratto durante un soggiorno a Roma, di ritorno da Possagno, nel 1792. In piedi, nell’atto di incamminarsi, con un’inquadratura “a grand’angolo” è l’informale attitudine scelta da Amos Cassioli per rappresentarsi nell’ultimo scorcio dell’800. Giovanni Fattori a pennellate rapide, schiette, di mezzo busto, il baffo ottocentesco spiovente come conviene all’immediatezza di un macchiaiolo. Un manifesto di eleganza Belle époque l’icona di Giovanni Boldini realizzata su richiesta di Ridolfi, allora direttore della Galleria degli Uffizi. L’aria emaciata da personaggio dostoievskiano. In piedi, verticale nel suo studio, accanto a lise rilegature di libri, un teschio, un ramoscello di rosa. Propone una “meditatissima immagine di sé” Giuseppe Pellizza da Volpedo nel secolo XX secolo ormai agli sgoccioli. Del vigoroso ritrattista svedese Anders Zorn ( celebre il ritratto notturno di Isabella Steward Gardner sul poggiolo di Palazzo Barbaro a Venezia) la posa di lui intento a scolpire la moglie Emma. Della delicata Elisabeth Chaplin, morta a Fiesole nel 1982, allieva del Fauve Maurice Denis ( una sua monografica bellissima è in corso al Musèe d’Orsay di Parigi), c’è l’autoritratto triste e fiorato con ombrello. Strepitoso “l’autocaffè” di un irridente Giacomo Balla in funambolico equilibrio mentre regge una tazzina di caffè. La figlia Elica ricorda che nelle pause suonava la chitarra e mentre dipingeva avendo le mani occupate dalla tazzina e dal piattino doveva dipingere quasi a memoria:” qualche tocco d’assieme l’ha dato con il pennello tenuto in bocca”. [ Pubblicato il 9 febbraio 2007 ]
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