![]() Amare senza pietà la Venezia di Brodskij
I. Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Milano, Adelphi, 1991, su concessione del Consorzio Venezia Nuova.
Bellezza. Capita - capita a molti - di amare Venezia subito, appena conosciuta, e restare legati incondizionatamente, per sempre, a quella visione. E capita - capita a molti - di restare affascinati dalla sua bellezza, posseduti come una folgorazione. Le due cose non sono identiche, non sono una sola percezione, perché la bellezza, il fascino che emana, possono essere anche faticosi, possono essere un impegno che non si vuole, o non si può, sostenere. A Iosif Brodskij succede l’uno e l’altro: l’amore, custodito e coltivato per tantissimi anni, e la fascinazione per la bellezza, col suo carico di responsabilità così gravoso e pesante. «Saccheggiate questo villaggio», «Questa città non merita pietà», sono le parole che gli balenano in testa alla conclusione del suo Fondamenta degli incurabili. Chi arriva a Venezia, diceva all’inizio, entra subito nei negozi di vestiti, cerca di adeguare il proprio aspetto all’ambiente, perché la bellezza pretende armonia, non si può competere con lei, troppo grande, troppo impari la battaglia, e se non la si può vincere tanto vale farsela amica. Ma tutto questo rispetto che la bellezza pretende, non vuol dire necessariamente amore, anzi, a volte, significa odio, desiderio di decadenza, di distruzione: ecco perché «questa città non merita pietà». Acqua. Se la bellezza è così alta, così grande, così impegnativa, l’altra presenza insostenibile è l’acqua, «l’acqua-alias-tempo», la chiama Brodskij, perché in lei, oltre quel riflesso che raddoppia la bellezza, c’è la percezione di un tempo eternamente presente, che risponde alla bellezza, «la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta al largo». «Il tempo-alias-acqua»…, e ti aspetteresti lo scorrere ininterrotto di un fiume, un’acqua che passa eternamente e porta via, e invece se guardi i canali di Venezia sembra che tutto sia immobile, statico, concluso nello spazio di pochi metri. Oppure, al più, in alcuni punti e in alcuni momenti, osservi l’ostinazione dell’onda che ritorna e che rivendica spazio. Ma è proprio in questo che l’acqua di Venezia assomiglia al tempo, perché scorre silenziosamente, si muove e resta identico, è uguale a se stesso, ma ha un’ora, un giorno, un anno in più ogni anno, per secoli. A confronto con questo tempo eternamente presente, la vita di un uomo appare caduca, sempre precaria, sempre insufficiente. Lo capisci in lampi, apparizioni, quel narratore cardiopatico del libro che in preda ad una crisi fugge a Parigi, per curarsi lontano da questa decadenza, per quell’amico morto che un tempo gli prestò un libro su Venezia, e infine, per la polvere.
Polvere. Se cammini tra le calli di Venezia per la prima volta, ti chiedi cosa ci sia oltre i muri, oltre «il pizzo verticale delle facciate» di quei palazzi, di quelle case così vicine una all’altra, così aggrappate una sull’altra che la promiscuità del vicinato diventa, più che indiscrezione, convivenza. Non ti bastano risposte parziali, tentativi di immaginare una casa come un’altra, come tante tutte uguali nel resto del mondo, perché i pizzi e i merletti di marmo delle facciate, e la fatiscenza d’altra parte dei muri corrosi dall’umidità, sollecitano fantasie composite popolate da oscure figure e inaudite bellezze. È così che ti lasci prendere per mano da Brodskij e condurre nelle sale di un palazzo dell’amico di un amico di un amico di un conoscente: «Ci ritrovammo in una lunga galleria poco illuminata, con un soffitto convesso, brulicante di putti». E alle gallerie si succedono stanze su stanze, ai putti i tendaggi, i marmi, gli specchi, le cornici, e su tutto, infine, la polvere, come la presenza innegabile e inevitabile del tempo. È allora, quando la morbosa perlustrazione del dedalo insondabile di stanze giunge al suo culmine, che si materializza la visione: «Mi immaginai il maggiordomo che intratteneva il suo favorito, lì, in quella camera: un’isola fremente di carne nuda che si dibatteva in mezzo a un mare di lino, sotto gli occhi implacabili di quel capolavoro di gesso coperto di polvere». Mentre la polvere è il tempo che si stratifica sul gesso, la composizione umana di bellezza e fetore è un rapporto senza futuro, senza procreazione perché omosessuale, senza l’eternità del tempo e della specie. Perché l’uomo, a Venezia, subisce la città che ne certifica l’inferiorità. Incurabilità. L’uomo, il singolo, l’individuo, io, tu, Iosif, tutti noi contro la bellezza, l’acqua, la polvere, il tempo. È una lotta, una fornicazione, una diatriba continua, che richiede uno sforzo continuo, la mano continuamente armata, lo sguardo pronto a sedurre. Non tutti ce la fanno, non tutti sostengono il confronto. C’è, allora, chi preferisce indossare una maschera – la maschera, il Carnevale, il simbolo di Venezia – e nascondere la propria incapacità. Si cerca di negare il tempo, che è dappertutto, che dice continuamente la verità, ma la debolezza, la speranza porta a negare anche l’evidenza, come Olga Rudge, compagna di Ezra Pound, che nega con un’ingenuità da ragazzina il fascismo del poeta, il suo folle estremismo. È un dialogo pieno di tenerezza, di debolezza, di pietà e di cinismo che si conclude semplicemente così: «Usciti di lì, girammo a sinistra e in due minuti ci trovammo alle Fondamenta degli Incurabili». Gli Incurabili, a Venezia, sono i pazzi, quelli che non sanno più sostenere il confronto con la bellezza e col tempo, quelli che cedono, che rinunciano, quelli che incontri per strada, che insultano le case, i canali, le persone.
Una lacrima. Chi non arriva a tanto, chi non cede alla follia, conserva comunque una lacrima, di fronte a tanta bellezza: «In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo in cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. […] Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio». Una lacrima, per chi ama questa città, e per chi è affascinato dalla sua bellezza, può sgorgare anche leggendo questo libro lucido e appassionato. «Avrò sbagliato a non nascere qui», è il pensiero di tutti, allora, che fa eco a quello di Brodskij. [ Pubblicato il 18 aprile 2005 ]
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